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STATI UNITI E CANADA

COSTA ORIENTALE

11 LUGLIO - 1 AGOSTO 2007

NEWPORT - CAP CODE - BOSTON - QUEBEC - MONTREAL - NIAGARA - NEW YORK LANCASTER - WASHINGTON - ATLANTIC CITY - NEW YORK II°

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Mercoledì 11: Pronti come i pompieri, alle 12:00 in punto, ci siamo trovati alla stazione di Cividale alle prese con il primo ritardo del treno di circa 40’. Nessun problema, a parte la seccatura. Ben più consistente il ritardo aereo di circa 2 ore della linea Eurofly. Dalla stazione di Bologna all’aeroporto la navetta costa ben 5 € a persona.     
Finalmente siamo decollati alle 18:30 e, senza particolari problemi, siamo sbarcati al JFK alle 22:00 ora americana (per noi le 4 del mattino !!!). Tra gli obblighi di dogana c’è il rilevo delle impronte digitali e la foto segnaletica. Arriveranno anche in Italia?
Un taxi (11 $) ci ha portato all’Hampton Inn che si trova a 10 minuti di strada, presso l’Hotel Hilton. E’ una discreta sistemazione, già prenotata da casa (191 € la tripla), con 1° colazione abbondante.
 
Giovedì 12: Una navetta gratuita dell’Hotel ci ha condotti nei pressi dell’aeroporto, ove ha sede l’agenzia di noleggio AVIS e senza troppe formalità ci è stata consegnata la Chevrolet Cobalt, rosso fiamma, un coupé due porte con alettone.
Alle 11:30 ci siamo incamminati nella marea di traffico, diretti verso nord, in direzione Newport, distante 285 Km, nello stato del Rhode Island, il più piccolo degli USA. In uscita da New York si attraversa un ponte a pedaggio (4,5 $) e altri due pedaggi si incontrano lungo la strada. Trattasi comunque sempre di cifre irrisorie (1,25 e 2 $) se confrontate alle tariffe italiane.
1° nota: In viaggio, fin dal primo giorno, abbiamo scoperto di avere con noi una gradita ospite, Silvia, il navigatore satellitare Garmin. Silvia non è particolarmente simpatica e i suoi argomenti sono poco vari ma ha molto viaggiato e conosce l’America come le sue tasche. Il suo suggerimento si è dimostrato a dir poco prezioso e in ogni momento ci ha aiutato in modo disinteressato e competente, sia sui mega svincoli autostradali che nella ricerca di alberghi e ristoranti. Di buono ha anche che dorme in auto.

Verso le 17 abbiamo attraversato un lungo ponte che collega la penisola di NEWPORT alla terraferma. Il navigatore, non senza qualche giravolta, ci ha condotti al primo di una lunga serie di ECONOLODGE, catena di motel economici ma decisamente dignitosi, che abbiamo ritrovato anche in Canada (1359 West Main Rd – Middletown: 81 $ con due letti Queen e prima colazione. L’indicazione proveniva da Internet).

2° nota: Nei motel vengono indicati come King i letti matrimoniali e come Queen i letti da una piazza e ½. Per lo più i nostri motel, è superfluo dirlo, avevano due letti Queen.

Il centro storico è denominato THE POINT, chiuso al traffico e decisamente animato. La via principale è Thames Street, circondata da edifici in legno del ‘700 o dell’800. In Saint Mary Church si sposò J. F. Kennedy. Molti i negozi, i bar, i ristoranti: un ambiente veramente vivace nei pressi del porto. Per la cena la nostra scelta è caduta sul ristorante PIERRE 49, sul mare, con orchestra live. Un fritto misto abbondante e birra, spendendo 71 $ in tre (Silvia non mangia).

 

Venerdì 13: Per un colpo di insonnia sono uscito da solo verso le 5:30 per una ispezione dei dintorni e per qualche fotografia tranquilla. In pratica ho poi ripetuto lo stesso giro dopo colazione con consorte e figlia. Superato il centro storico, in un primo momento ho raggiunto Goat Island, in gran parte occupata da un albergo, poi ho seguito la OCEAN AVENUE fino a FORT ADAMS. Bello il porto, mentre il forte non sembra un gran ché, per cui non abbiamo fatto la visita guidata. Interessante, sulla collina prospiciente, la villa di Eisenhower, e un piccolo quartiere molto elegante di villette bianche, di legno, con l’immancabile bandiera americana esposta nel giardino.

Ocean Avenue prosegue per una decina di Km. costeggiando il mare ed è punteggiata di ville sempre più clamorose. Da rifarsi gli occhi. Termina dall’altra parte della penisola, continuando con Bellevue Avenue, famosa per le ville storiche, una decina di veri e propri castelli, costruiti all’inizio del novecento da eccentrici nababbi. Alcuni sono visitabili. Abbiamo preferito parcheggiare in Narraganset St., percorrendo poi il CLIFF WALK, un sentiero tra gli scogli dal quale si ha la veduta delle ville dal mare. La spiaggia di Newport, Easton’s Beach, è sabbiosa e alquanto modesta.

Dopo la necessaria sosta in un market per i rifornimenti, ci siamo diretti a nord. Un pranzo a sacco sotto gli alberi, su tavoloni di legno in un’area sosta autostradale, e poi via verso CAPE COD, distante poco più di 120 Km.

Tramite internet avevo localizzato un motel dotato di piscina e in effetti abbiamo trovato la nostra sistemazione presso il Red Mill Motel (793, Main St) a South Yarmounth, a 93 $, una stanza dotata di cucinotto e frigorifero. Dopo il meritato e inevitabile bagno in piscina abbiamo raggiunto in auto la spiaggia del paese, distante un paio di Km. L’impressione è stata desolante: uno spiaggione semideserto, forse causa l’orario (le 18:30) o il tempo incerto. A circa 7 Km (costa sud di Cape Cod) si trova HYANNIS, località di villeggiatura dei Kennedy. L’immancabile Memorial è un semplice monumento sul mare, in una bella pineta.

Abbiamo attraversato il bosco, seguendo la Nazionale 6A per una trentina di km. verso nord ovest. La strada è particolarmente panoramica, con belle ville e cottages. Seguendo la guida ed un articolo di Gente Viaggi, abbiamo sostato nei pressi della famosa SANDY NECK BEACH. L’accesso alla spiaggia di giorno è a pagamento. La fama non è per nulla meritata: superata una fila di belle dune erbose, si accede ad un sabbione lineare e piatto.

Poco distante SANDWICH che non è un panino ma un magnifico villaggio di ville immerse in una pineta intorno al lago. E’ possibile visitare il museo del vetro, un antico mulino (Dexter Grist Mill) e la Hoxie House (vecchia abitazione dei pionieri) che ho fotografato dall’esterno. L’insieme è molto carino. Cena presso la Sandwich Pizza House per assaggiare una pizza concepita da persone dalla mente malferma. Per fortuna solo 33 $ con le bibite.

 

Sabato 14: La colazione presso il Red Mill Motel è decisamente modesta, a base di pochi e cattivi biscotti. Abbiamo seguito la“28” verso est  per 15 km. fino a CHATAM, un grazioso paese di casette bianche in stile coloniale,  con gallerie d’arte e negozi a significato prevalentemente turistico, intorno alla solita chiesa battista dal campanile bianco e aguzzo.

E’ forse la località più elegante, dotata di una spiaggia molto rinomata, la Chatham Light Beach, sotto lo storico faro della guardia costiera (Chatham Light House). Anche qui basse dune in parte erbose e un vasto arenile. Gli americani della east coast si accontentano molto. Discreta la veduta dall’alto della strada panoramica.

Abbiamo seguito la litoranea (n° 28) verso nord, costeggiando boschi e belle lagune, fino alla Marconi Beach. Sulla spiaggia si erge il monumento a Guglielmo Marconi che da qui lanciò il primo segnale radio attraverso l’Atlantico. L’accesso alla spiaggia costa ben 15 $, previsti per trascorrervi l’intera giornata. Molto dispiaciuti per Guglielmo ci siamo persi il suo monumento, avendo in programma altri itinerari.

Verso le 13 abbiamo raggiunto PROVINCETOWN (52 Km da Chatham), la località sicuramente più rinomata dell’intera penisola. Si trova all’estremità nord ed è attraversata da una stretta strada (Commercial St) con negozi, gallerie d’arte, belle casette in legno bianco con giardini arredati in modo fantasioso. Difficilissimo parcheggiare. Abbiamo trovato un posto sulla punta ovest, vista a mare, e in un parchetto con annesso monumento ai Padri Pellegrini abbiamo pranzato a sacco (Pilgrims First Landing Park).

Se i Padri Pellegrini tornassero in questo paese si straccerebbero le vesti gridando allo scandalo. Provincetown è infatti la “Mecca” dei gay della costa nord-est. Facilissimo vedere nerboruti maschioni passeggiare per mano, esibendo estesi tatuaggi, o coppiette di travestiti in atteggiamento affettuoso. Ah l’amour!!! Cercando una toelette, sono entrato per caso nel rinomato Boatslip Beach Club, un locale sul mare per soli uomini. Grandi esibizioni di affetto sul bordo della piscina e nell’acqua. Ho preferito non aderire al Tea Party previsto per le ore 17. La cittadina è dominata da un’alta torre di granito, il Pilgrim Monument, di pessimo gusto, che riproduce in brutto la torre del Palazzo della Signoria di Firenze. Per ricordare i Padri Pellegrini hanno mobilitato pure Firenze. Poco lontano dal paese, verso nord, abbiamo costeggiato la Race Point Beach, con alte dune.

Da Provincetown a BOSTON sono circa 3 ore di autostrada (Hwy 6 - km.189). La città appare molto spettacolare fin dalle rampe autostradali da cui si ha una magnifica veduta degli alti grattacieli della downtown. Dopo alcuni tentativi, abbiamo trovato una sistemazione nel quartiere nord-occidentale di Cambridge, (A Cambridge House Inn, 2218 Massachussets Ave). Siamo stati sistemati in una dependance, una casetta stile “sette nani” in un appartamento ampio, con camino e arredamento tipo “casa delle bambole”, situato nel seminterrato. Una sistemazione molto bella anche se un po’ cara (178 $ a notte, compresa una prima colazione molto abbondante e il parcheggio gratuito).

A poche centinaia di metri abbiamo trovato, con l’aiuto del navigatore Silvia, la Frank’s Steakhouse (2138, Massachussets Ave) un ambiente elegante e raffinato ove abbiamo assaggiato il famoso King Rib, un filetto di manzo, clamoroso per dimensioni ed eccezionale per bontà. Chi non ha assaggiato il rib americano non può immaginare. Una spesa ridicola: 67 $ in tre con la birra e il dessert.

 

Domenica 15: A circa 500 mt. dall’albergo si trova la fermata della metropolitana, denominata MBTA e indicata sulla strada con una T (fermata Davis). Ogni viaggio costa 2 $. Siamo usciti a Park Street, nei pressi del parco Boston Common. Il parco è dominato dalla State House, il palazzo del governo, risalente al 1798, e sormontato da una bella cupola dorata. Visitare Boston è semplicissimo. Occorre seguire il Freedom Trail, un percorso di circa 4 Km indicato da una striscia rossa sul marciapiede che collega tutti i monumenti e i luoghi storici importanti. A Boston (come a Berlino) non si perde neanche un bambino.

La Park Street Church, di epoca coloniale, è il primo di questi luoghi. Interessante l’interno. A fianco il Granary Burying Ground è un cimitero risalente al 1660 che ospita illustri eroi della indipendenza americana, tra cui Samuel Adams e Paul Revere.

E’ possibile acquistare un biglietto cumulativo che permette la visita ad alcuni musei situati lungo il percorso (per un costo di 11 $ adulti e 3 $ ragazzi). Nei pressi della Old South Meeting House, una protesta contro le tasse sul the divenne una vera sommossa contro gli inglesi, il famoso Boston Tea Party. La Old State House è ora trasformata in un vasto museo: dalle finestra fu data lettura alla dichiarazione di indipendenza. Molto caratteristica la Paul Revere House, del 1680, ben conservata e visitabile all’interno. Questi luoghi sono fondamentali nella storia della Indipendenza Americana.

E’ possibile optare per una visita guidata: in tal caso si è accompagnati da buffi personaggi vestiti da eroi della indipendenza che alternano lunghe spiegazioni a canzoni e ritornelli dell’epoca, cantati a squarciagola per strada. Altra soluzione è rappresentata dal Boston Duck Tours, una escursione su mezzi anfibi risalenti alla 2° guerra mondiale, che attraversano le strade della città per poi entrare nelle acque del Charles River. Le cose più assurde.

Colpisce molto la vicinanza di vecchi edifici storici con moderni grattacieli di vetro e acciaio. Abbiamo pranzato presso il Quincy Market, l’area dei vecchi mercati. Gli edifici storici che la compongono sono ora utilizzati per negozi e fast foods (Pizzeria Regina) ma sicuramente è l’area più vivace della città, animata da artisti e musicisti da strada. Poco distante si trova la City Hall Plaza che, nell’occasione, ospitava un gruppo di portoricani con una allegra orchestra.

Il percorso prosegue poi nel quartiere denominato North End, abitato prevalentemente da italiani. Non più grattacieli e palazzi, ma una successione di bassi edifici storici in un dedalo di piccole vie. Abbondano i ristoranti e le pizzerie italiane. Ci siamo imbattuti nella processione di San Rocco, ricoperto di banconote da 1 dollaro e portato a spalla da uno sparuto gruppo di fedeli, seguiti da una scalcinata banda musicale.

Attraversato il Charleston Bridge, il nostro giro, decisamente faticoso per il caldo, si è concluso con la visita alla USS Constitution, la più antica corazzata (1797) ancora galleggiante, denominata Old Ironsides (fianchi d’acciaio) perché le palle di cannone dei nemici rimbalzavano sulle fiancate.

Ritornati a Quincy Market, abbiamo trascorso la serata osservando il passeggio e la strana gente che popola questi luoghi. Rientrati con la metropolitana, abbiamo cenato molto bene da Anna’s Taqueria, locale messicano (236 Elm St, Sommerville), spendendo una miseria (16 $ in 3).

 

Lunedì 16: La solita metropolitana ci ha portato nei pressi dell’Università di Harvard, per l’esattezza ad Harvard Square. Siamo stati presi d’assalto da gruppi di studenti disposti a farci visitare la prestigiosa università ma abbiamo preferito rivolgerci al Harvard Information ove è stato possibile aggregarci ad una visita guidata gratuita. Presso l’ufficio è possibile acquistare una mappa descrittiva in lingua italiana (2 $).

La visita guidata è in effetti molto lenta. D’altra parte solo pochi padiglioni sono visitabili per cui abbiamo preferito lasciare il gruppo e procedere in modo autonomo. All’università sono annessi alcuni prestigiosi musei (arte asiatica, islamica, dei nativi americani, dei fiori di vetro) che abbiamo tralasciato.

Naturalmente Boston offre tanti altri luoghi di interesse turistico ma, visto il lungo itinerario in programma, abbiamo recuperato l’auto e siamo usciti dalla città, diretti verso nord-ovest. Abbiamo attraversato il NEW HAMPSHIRE seguendo la HWY 93, fino alla White Mountain National Forest. L’autostrada si inerpica tre colline ricchissime di vegetazione, attraversando gole suggestive tra le rocce. Entra poi nel VERMONT, diventando HWY 91, fino al confine con il Canada, a Rock Island, che abbiamo raggiunto verso le 18, dopo 357 Km (da Boston).

Le formalità doganali sono minime. In Canada il limite di velocità autostradale è di 100 Km orari, ancora peggio che negli USA, e in questa area la lingua ufficiale è il francese. L’autostrada, diventata AUT-55, dopo 128 Km. ci ha condotto a DRUMMONDVILLE. La cittadina è ben poco significativa: larghe strade a scacchiera con ipermercati, distributori di carburante, concessionarie d’auto e, verso il centro, ville e casette in legno, circondate da giardinetti senza recinzione.

Dopo un’ampia peregrinazione abbiamo trovato una camera presso il Best Western Hotel (915 Rue Hains, Drummondville). Abbiamo speso 137 $ per una camera senza prima colazione. L’albergo è dotato di piscina interna coperta. Un bel colpo per noi che eravamo un po’ stanchetti, ma purtroppo era stata chiusa da pochi minuti. Abbiamo cenato in uno dei tanti PIZZA HUT, spendendo 40 $. Una pizza abbondante ma con sapori improbabili.

 

Martedì 17: Da Drummondville a QUEBEC sono 145 Km. La ricerca dell’Hotel è stata facilitata dal navigatore Silvia e, dopo vari tentativi, la scelta è caduta sul bed & breakfast “LA MAISON DAULAC” situata in 293 Avenue Daulac G1K, (100 $ a notte) a nord del centro storico. L’arredamento della villetta sembra uscito da un libro di fiabe: piccoli mobiletti decorati, cuscini ricamati, grandi fiori di carta colorata, una macchina da cucire. Abbiamo avuto a disposizione una camera con bagno in comune con un’altro ospite. Il letto era allestito in modo talmente ricercato che era un peccato disfalo per riposare. E’ stato possibile sistemare l’auto nel parcheggio privato e pranzare a sacco sul terrazzino dietro casa.

Nel pomeriggio ci siamo incamminati verso il centro, distante una ventina di minuti. La città bassa, nei pressi del vecchio porto, si sviluppa attorno alla Place Royale su cui si affaccia la Basilica di Notre-Dame de Victoires. La piazza è circondata da antichi edifici in pietra con negozi e ristoranti caratteristici. Le piccole vie e i giardinetti sono animati da artisti da strada. L’area è piccola ma decisamente vivace, dominata dalle mura che delimitano la città alta, tra le quali svetta il grandioso Château Frontenac, un imponente castello ora adibito ad albergo. Nella città bassa non c’è tanto da visitare. Meglio perdersi tra le vie e i negozi in una atmosfera decisamente europea o gustarsi una birra osservando il passeggio. Di rilevante la Maison Chevalier, un’antica casa con l’arredamento d’epoca, ad ingresso libero.

Una lunga passeggiata sulle rive del fiume S. Lorenzo, nei pressi del porto vecchio e poi, verso sera, siamo ritornati sui nostri passi, sostando al Pub Du Cartier (481 Rue St Joseph) per una cena a base di carne e nachos, polentine fritte con salsa piccante (58 $ con mancia obbligatoria di 5 $).

 
Mercoledì 18: Indimenticabile la prima colazione della nostra padrona di casa, con muffins, frutta fresca e crêpes meravigliose allo sciroppo d’acero. Certe persone si fanno apprezzare per la grande passione con cui sanno proporsi. Una specie di Nonna Papera. Saldato il conto siamo saliti a piedi verso la città alta. E’ interamente circondata dalle mura e lunghe gradinate permettono di superare il discreto dislivello. Attraversata Porte St. Jean, ci siamo trovati in breve alla Cittadella, una vasta struttura fortificata che domina la città. Purtroppo siamo giunti in ritardo per il cambio della guardia che si svolge al mattino alle 10:00. Vi è un cambio della guardia anche alla sera, due volte la settimana, ma occorre informarsi, visto che cambia in rapporto alla stagione.  

Attraverso una passerella abbiamo raggiunto la Promenade des Gouverneurs, il sentiero panoramico che costeggia il fiume S. Lorenzo e che conduce alla più famosa Terrasse Dufferin che domina la città bassa. Place d’Armes è il cuore della città alta. Poco distante la Rue du Trésor, un viuzza caratteristica con gallerie ed esposizioni di quadri all’aperto. Rilevanti la Cattedrale anglicana e la Basilica di Notre-Dame de Québec. Nella stessa piazza l’Hôtel de Ville, il maestoso municipio dell’ottocento.

Colpisce soprattutto la vivacità dell’ambiente e l’atmosfera tranquilla, che ricorda certi quartieri parigini. Completata la passeggiata, abbiamo recuperato l’auto e ci siamo diretti verso nord, costeggiando l’estuario del S. Lorenzo, diretti alla basilica di Sainte-Anne-de-Beaupré che dista 30 km. Lungo la strada, a una decina di km da Québec, sulla sinistra, una veduta delle alte cascate di Montmorency. Il santuario è meta di pellegrinaggi e risale ai primi del novecento. E’ situato in una vasto parco. Bella la facciata e sontuoso l’interno. Abbiamo pranzato al solito Mc Donald’s per poi recuperare l’autostrada n° 20 in direzione Montreal, distante 280 km.

MONTREAL è costruita su alcune isole del fiume S. Lorenzo. L’impatto è quello di una grande metropoli, con una selva di grattacieli visibili da molto lontano. Silvia ci ha guidato sugli ultimi svincoli autostradali fino al bel ponte Jacques-Cartier che attraversando l’Île Ste-Hélène conduce alla zona vecchia della città. Abbiamo optato per l’Hôtel Manoir des Alpes (1245, Rue St-André), per la posizione strategica molto vicina al centro storico (140 $ una discreta camera con prima colazione e parcheggio). Unico inconveniente una serratura del vano scale un po’ difettosa che ha creato difficoltà a numerosi ospiti e determinato fastidiosi rumori notturni.

Verso le 18:30 siamo saliti a piedi verso il cosiddetto quartiere latino, situato a pochi isolati. Abbiamo avuto la fortuna di imbatterci nel Festival du Rire (della risata). L’intero quartiere era stato chiuso al traffico e in ogni angolo gruppi di teatranti inscenavano allegre rappresentazioni. Poi bancherelle, personaggi in costume, luci e musica dappertutto ad alto volume. Una divertente kermesse. Siamo ritornati all’hotel verso la mezzanotte.

 

Giovedì 19: Lasciato l’auto nel parcheggio dell’albergo, con un supplemento di 5 $, ci siamo diretti verso la Vieux Montreal (vecchia Montreal), situata nei pressi del porto. La strada sale leggermente verso il Municipio, che è preceduto da un vasto parco dal quale si può ammirare il profilo dei grattacieli della downtown. Inoltrandosi nel quartiere, le strade, ora più strette, costeggiano edifici storici che mantengono una fisionomia tipicamente europea. La via più pittoresca è la Rue St-Paul, ove si susseguono gallerie d’arte e bei negozi di arredamento. Una via in leggera discesa è chiusa dalla facciata della bella Chapelle Notre-Dame de Bonsecours, dedicata ai marinai, arredata con piccole imbarcazioni appese, donate in segno di riconoscenza per la buona sorte.

Poche centinaia di metri e si raggiunge il vecchio porto. Purtroppo il tempo era cambiato e siamo stati costretti a rifugiarci nei pressi di Pointe-à-Callière, ove sorge un vasto complesso di edifici che costituiscono il Museo di Archeologia e di Storia (27 $ in totale). La visita è preceduta da una interessante audiovisivo che racconta le vicissitudini della città, dalla fondazione ai giorni nostri. Visitato il museo, si scende nei vasti sotterranei, ove sono conservati i resti delle mura e degli edifici che costituivano il primo nucleo abitato della città. Le gallerie conducono alla Dogana, un edificio situato a poco distante. Da qui siamo usciti all’aperto ove ci attendeva una pioggia battente.

Abbiamo raggiunto con una corsa la Basilique Notre-Dame, veramente stupenda. Edificata all’inizio dell’’800, in stile neogotico, ha un interno sontuoso, grazie agli splendidi arredi, alle vetrate colorate e alle luci naturali e artificiali, giocate sulle tonalità del blu, in grado di creare una atmosfera fortemente mistica.

Usciti dalla chiesa, vista la pioggia, siamo entrati nel vicino Palazzo dei Congressi, una delle vie di accesso alla UNDERGROUND CITY, Montreal sotterranea. Mediante scale mobili e lunghi corridoi, i grattacieli del centro storico sono collegati in una rete che si estende per una trentina di chilometri. E’ possibile quindi percorrere lunghi tragitti, tra negozi, supermercati, ristoranti, fast food senza mai uscire all’aperto. Naturalmente occorre una mappa perchè è facile perdersi. D’inverno questa furbissima soluzione permette di evitare le rigide temperature della città e d’estate di godere dell’aria condizionata. Pare sia il più vasto pedonale sotterraneo del mondo. Splendido anche dal punto di vista fotografico, visto che i corridoi, con riflessi su vetro e acciaio, si prestano ad originali inquadrature.

Non senza qualche difficoltà, nonostante la mappa, siamo finalmente sbucati nei pressi della cattedrale Marie-Rehine-du-Monde, il cui interno vuole imitare lo stile barocco della Basilica di S. Pietro. Le vie e le piazze sotterranee sono collegate con alcune stazioni della metropolitana e, mediante questa, siamo ritornati all’albergo ove abbiamo recuperato l’auto.

Un breve tragitto ci ha condotto all’Isola Sainte-Hélène ove sorge la Biosfera, il museo dalla caratteristica forma sferica. A pochi chilometri dal centro sorge il villaggio Olimpico, in un vasto parco dominato dalla Tour de Montréal, lo stadio coperto dalle linee avveniristiche.

Verso le 17:00 siamo entrati in autostrada, diretti alla cascate del Niagara, distanti circa 660 km. Alle 19:55 abbiamo superato la frontiera con gli USA e poco dopo, nei pressi di Watertown ci siamo sistemati in un Econolodge da 80 $ con 1° colazione (a 311 km da Montreal). Cena al Taco Bell.

 

Venerdì 20: Dopo una discreta colazione, alle 8:30 siamo ripartiti verso le Cascate del Niagara. Alle 12:45 abbiamo sostato al Visitor Center (uscita 18 sulla Hwy 90) ove abbiamo acquistato un tour organizzato in bus per una visita completa, sia del lato canadese che di quello statunitense, della durata di 8 ore (dalle 13:30 alle 22:30) comprensivo di ingressi e di cena. In tal modo abbiamo ottenuto una prenotazione molto economica presso l’Holiday Motel (67 $ tasse comprese) per la notte.

Il tour organizzato “Gray Line of Niagara Falls” si è dimostrato utile ma certamente non indispensabile soprattutto in ragione del costo particolarmente elevato (150 $ a testa). La visita può essere tranquillamente effettuata da soli arrivando in auto al Visitor Center di Niagara Falls Boulevard, procurandosi una mappa e attraversando il ponte (Rainbow Bridge) che conduce in territorio canadese (3 $). Senza grandi difficoltà, facendo riferimento alla gigantesca torre panoramica, dotata di un vasto parcheggio a pagamento (circa 10 $), si raggiunge il principale belvedere, denominato Table Rock.

Il nostro tour è cominciato in territorio USA, nella sala cinematografica situata presso il Visitor Center, ove si assiste ad una rappresentazione cinematografica tridimensionale (occhiali bicolore) sulle cascate. Ben fatta, ma più adatta a bimbi della scuola primaria che a turisti tosti come noi. Superato il ponte, il bus, pilotato da una allegra guida che fungeva anche da cicerone, ci ha portati lungo il fiume, in un tratto caratterizzato da forti rapide, a monte delle cascate. Una breve passeggiata, poi siamo saliti in ascensore in cima alla torre panoramica (Skylon Tower) da cui si gode una magnifica veduta sulle cascate e sul territorio circostante.

Il bus ha poi parcheggiato nei pressi del Queen Victoria Park, a due passi dal belvedere. Complice una splendida giornata di sole, abbiamo fotografato le American Falls e le più spettacolari Horseshoe Falls complete di arcobaleno.

Siamo poi scesi, mediante ascensore, al porticciolo dove, forniti di impermeabile blu, ci siamo imbarcati sullo storico Maid of the Mist, il battello che, tra violenti spruzzi, porta nugoli di turisti proprio sotto le cascate dal lato canadese. Molto emozionante anche se, purtroppo, ho bagnato irrimediabilmente la macchina fotografica compatta. Più tardi abbiamo fatto sosta nella sala ristorante dell’Hotel Sheraton on the Falls e abbiamo cenato con un magnifico buffet, ammirando dall’alto le cascate attraverso le vetrate. L’orario era quello della merenda, ma siamo riusciti a fingere che fosse ora di cena davanti a tutto quel ben di dio.

La visita dal lato canadese è stata completata da una escursione fino alla funicolare che attraversa il Niagara River, nei pressi della quale si trova l’Orologio Floreale. Dopo una breve sosta in un negozio di shopping, il bus ci ha riportati in territorio statunitense fino alle Cave of the Winds. Ancora una volta muniti di impermeabili e ciabatte di gomma, mediante ascensore, siamo scesi fino ai piedi delle American Falls, illuminate dai riflettori. Le passerelle conducono molto vicino alla cascata e la doccia è inevitabile. Dall’altra parte del fiume non potevano mancare i fuochi d’artificio. Una serata decisamente spettacolare. Rientrati verso le 22:30, siamo andati al Holiday Motel, proprio di fronte al Visitor Center, una sistemazione di scarsa qualità a spesa molto contenuta.

 

Sabato 21: Dopo un mio breve itinerario mattutino in auto, a scopo fotografico, verso le 10:00 ci siamo diretti verso New York, distante circa 632 Km. La strada attraversa colline verdeggianti e piccoli centri abitati che non sembrano destare particolare interesse. Abbiamo seguito in parte strade secondarie per immetterci poi nella HYW 390, nella 81 che poi diventa HYW 380 e  HYW 80. Un vero caos da ricordare, ma tutto è stato più semplice grazie a Silvia. Una sosta per una gradita pizza in un distributore di benzina e poi di nuovo al volante fino a piombare verso le 18:30 all’Econo Lodge-Meadowlands (395 Washington Ave Carlstadt - 99 $ con prima colazione), situato in una posizione decisamente strategica, circa 20 Km prima di New York, nel New Jersey. Questa sistemazione permette, per chi ha un’auto, di essere molto vicini a Manhattan, raggiungibile in 30 minuti, senza utilizzare gli Hotel del centro della città, notoriamente superaffollati e molto cari.

L’entrata a MANHATTAN è possibile mediante il Lincoln Tunnel con pedaggio di 6 $. Ladri ! Anche gli altri ponti, in entrata, hanno analogo pedaggio. Verso le 19:30 attraversavo il Ponte di Brooklyn e parcheggiavo nei pressi dell’Empire-Fulton Ferry State Park, un meraviglioso parco situato subito al di là del ponte dal quale si gode una meravigliosa vista dello sky-line di New York, stagliato contro un tramonto rosso fuoco. E’ il parchetto di Woody Allen, nel film “Manhattan”. Pian piano il ponte e i grattacieli si sono accesi creando un favoloso contrasto di luci e ombre. Verso le 21:00 a malincuore abbiamo lasciato la postazione.

Dal Robert F. Wagner Jr. Park, situato all’estremità sud-ovest di Manhattan (W Thames St) è possibile fotografare in lontananza la Statua della Libertà illuminata dai riflettori. Combinazione, sull’altra riva del fiume Hudson è iniziato uno splendido spettacolo pirotecnico. Sembrava fatto apposta per noi. Poco distante, abbiamo raggiunto Ground Zero che di notte è poco illuminato. Abbiamo piegato verso nord, fino a Times Square che, al contrario, è una esplosione di luci.  Attraversare queste vie, superaffollate di gente e illuminate a giorno da immensi pannelli pubblicitari, da riflettori, da enormi scritte colorate  è stata una forte emozione. Da Times Square alla 5th St e poi alla Park Avenue. Verso le 23 siamo ritornati nel New Jersey e, dopo uno spuntino al Mc Donald’s (non avevamo ancora cenato), siamo rientrati al motel (per fortuna non si paga il tunnel in uscita).

 

Domenica 22: Avevo adocchiato sulla guida di NYC la possibilità di assistere ad una funzione religiosa in una chiesa battista nel quartiere di Harlem. Con l’aiuto del navigatore e approfittando del modesto traffico della domenica mattina, sono riuscito a parcheggiare nei pressi della Abyssinian Baptist Church (132 W 138th St), nota per un magnifico coro e un pastore che accoglie con benevolenza i visitatori. Meglio avere scarpe chiuse per non essere costretti ad acquistare brutte “ballerine” in vendita sul marciapiede.

I turisti hanno formato una lunga coda in attesa della funzione delle 9:00 (la funzione delle 11:00 pare sia molto affollata) ed è stato un divertimento vedere le famiglie di neri agghindate a festa talvolta con abiti fantasiosi nello stile di Via col vento. Dal loggione, in silenzio, abbiamo assistito alla cerimonia, che consiste in letture di brani biblici, in un lungo sermone del pastore che intrattiene i fedeli in modo molto spiritoso e divertente, stando alle risate che riesce a suscitare, e nella raccolta delle offerte. La parte rituale è ridotta al minimo. Magnifici i canti in stile gospel.

Terminata la cerimonia alle 10:30, abbiamo raggiunto l’Hotel Pennsylvania (401 Seventh Avenue & 33rd Street – www.hotelpenn.com), situato di fronte all’ingresso del Madison Square Garden e della Penn Sation, in posizione notevolmente strategica. Le camere vengono assegnate verso le ore 15:00, nel frattempo i bagagli vanno collocati in un deposito al costo di 4 $ per valigia.

Sono riuscito a raggiungere entro le 12:00 la sede AVIS presso l’aeroporto JFK (circa 20 km dall’Hotel) con una rapida corsa, per restituire l’auto evitando un sovrapprezzo dovuto al ritardo. Sulla I-678, ormai in prossimità dell’aeroporto, uscire a Federal Circle e seguire le indicazioni Cargo Service e AVIS. Non vi sono formalità, solo un breve controllo per eventuali danni. Conviene lasciare pochissimo carburante (il pieno è nel prezzo). Dalla sede AVIS salire con la scala mobile alla fermata dell’Airtrain e  scendere poco dopo a Howard Beach. Qui si pagano 5 $ per uscire dal circuito dell’Airtrain e 2 $ per il tragitto fino alla Penn Station mediante la metropolitana. Col senno di poi avremmo potuto tranquillamente evitare il deposito dei bagagli all’Hotel risparmiando 12 $ visto che nella metropolitana le valige non danno fastidio.

Preso possesso della stanza, ci siamo concessi un meritato sonno e alle 18 siamo usciti sulla 33rd strada per entrare immediatamente, guarda caso, da Macy’s, il famoso e immenso grande magazzino. Questa sosta si è dimostrata poco opportuna perchè ci ha costretto ad una lunga coda per la successiva visita dell’Empire State Building. L’ingresso con salita fino all’86° piano costa 18 $ ma la vista del tramonto dalle terrazze è impagabile.

Verso le 22 ci siamo incamminati verso Times Square (circa 1 km), super affollata e super illuminata e, manco a dirlo, siamo entrati all’Hard Rock Café per una visita preliminare. Rientrando, abbiamo fatto uno spuntino nel solito Mc Donald’s.

 

Lunedì 23: La mattina è stata funestata da pioggia battente ed è stata l’occasione per il primo impatto con la biglietteria della metropolitana. Una corsa viene 2 $. Con 7 $ si ha un pass giornaliero illimitato ma attenzione che la macchinetta (talune hanno le istruzioni in italiano) dà un resto massimo di 6 $ per cui è meglio avere monete o pezzi da 10. Siamo usciti sulla 5th Ave per visitare la Chiesa di San Thomas, tanto bella quanto poco nota.

La visita al vicino Museum of Modern Art (MoMA – 11W 53rd St) costa 20 $ agli adulti ma è gratuita per i giovani. Viene distribuita una mappa all’ingresso e le varie aree, pittura, architettura, fotografia, arredamento, sono di estremo interesse. Apre alle 10:30 ed una visita, non certo completa, richiede almeno 4 ore. Abbiamo pranzato pertanto verso le 15:30 al Papaya Dog nella metro di Penn Station.

Purtroppo la pioggia persistente ci ha costretto a limitare le visita agli interni. E’ stata la volta della Cattedrale di San Patrizio, seguita dalla visita al Rockfeller Center, alla Tramp Tower (interno in marmo rosa con negozi, ristoranti e cascata di 17 metri), buttando un occhio agli splendidi negozi della 5° strada. Il grattacielo Sony accoglie, al pianterreno un parco con cespugli, piante e panchine, ed una parete è dominata da un’enorme Spider Man in azione. All’angolo sud occidentale di Central Park è stata edificata una nuova area commerciale ultramoderna all’interno di magnifici grattacieli di vetro e acciaio che si affacciano sulla Piazza Columbus Circle. Le scale mobili collegano affollati supermercati e negozi di lusso. Abbiamo fatto spesa e siamo rientrati in camera per la cena verso le 21:30.

 

Martedì 24: Finalmente è ritornato il sole. Il Museo di Scienze Naturali (American Museum of Natural History - 79th St) si trova sul lato occidentale di Central Park. Apre alle 10 e l’ingresso prevede un’offerta libera. Sono consigliati 15 $ ma noi ne abbiamo devoluti 10+10+5, da bravi italiani. Molto interessante la parte geologica, con asteroidi, meteoriti, frammenti di Luna e poco distante una immensa collezione di giganteschi minerali. Pure la collezione di dinosauri non scherza, anche se permane il dubbio che alcuni di questi non siano autentici. Circa 3 ore e ½ per la visita.

Approfittando della bella giornata, abbiamo passeggiato in Central Park fino a “Strowberry Field”, il giardinetto che ricorda il mitico John Lennon, ucciso a poche centinaia di metri nel cortile dell’Hotel Dakota (non visitabile). Più a sud abbiamo esplorato le favolose sale del ristorante “Tavern on the Green”, punto di arrivo della maratona di New York.

Nei pressi del nostro Hotel abbiamo cercato di noleggiare un auto per gli itinerari previsti dal nostro programma ma la prenotazione sul posto comporta prezzi molto elevati. Meglio ricorrere telefonicamente alla agenzia in Italia. E così abbiamo fatto.

Il pomeriggio e la serata sono stati dedicati alla visita dei quartieri di Lower Manhattan, iniziando da Ground Zero che ora è un vasto cantiere brulicante di operai, circondato da alte recinzioni sulle quali sono state poste fotografie e testi che ricordano il tragico avvenimento. Molto commovente. Di qui ci siamo spostati al Financial District e poi più a est, verso Chinatown e Little Italy, con ristoranti e pizzerie tipicamente nostrane. Dopo una cena al Mc Donald’s siamo rientrati.

 

Mercoledì 25: Ancora una bella giornata, particolarmente calda. Il traghetto per la visita alla Statua della Libertà parte da Battery Park, sulla estremità sud di Manhattan. C’è costantemente una lunga fila alla biglietteria (11,5 $) e una fila ancora maggiore per il controllo dei visitatori con metal detector. La traversata è breve e la statua, osservata da vicino è davvero molto imponente. Abbiamo passeggiato tranquillamente nei giardinetti dell’isola visto che la salita fino alla corona non è più consentita. Bella da qui la veduta della città e del porto di New York. Il biglietto prevede una sosta anche nella vicina Ellis Island per la visita all’Immigration Museum che abbiamo invece evitato.

Eccoci ora ancora una volta in metropolitana, diretti al Guggenheim Museum (18 /15 $ l’ingresso), situato sul lato est di Central Park. Bella la collezione di dipinti moderni, da Picasso a Kandinski ma molto bella la struttura architettonica a spirale progettata dall’architetto Wright. Nell’ingresso mi sono perso a fotografare un grande pannello di vetro molto scenografico.

Dopo una breve sosta in camera, siamo ritornati a sud, in Washington Square, a dire il vero un po’ in degrado, ma ugualmente molto animata. Abbiamo assistito alle esibizioni di giovani talenti musicali e fotografato le aree di ristoro per i cani di piccola e di grande taglia.

Inevitabile la passeggiata per Greenwich Village, con le tipiche case inizi novecento. Per curiosità siamo approdati in Gay Street, e nella Sheridan Square, dove, in un giardinetto triangolare, sono state collocate alcune statue bianche a grandezza naturale dedicate agli omosessuali. Nei dintorni, numerosi bar per chi cerca incontri “diversi”.

Abbiamo cenato in Times Square, all’Hard Rock Café che, nonostante il prestigio, mantiene prezzi più che accettabili (72 $ in 3, con filetto e mega hamburger). Ottima qualità, bello l’ambiente (ho cenato di fianco alla chitarra di Bob Dylan). Lunga la fila per avere i posti a sedere, assegnati mediante un pannello colorato. Siamo rientrati a piedi tra le magnifiche insegne luminose del quartiere.

 

Giovedì 26: Preparati i bagagli, con la metropolitana ho raggiunto la stazione di Howard Beach e da qui, mediante l’airtrain, la sede dell’autonoleggio AVIS, ove mi attendeva il veicolo prenotato. Anche in questo caso pochissime formalità: negli USA basta avere una carta di credito ben fornita. Con la Ford Focus assegnata e il navigatore mi sono immesso nelle lunge file in uscita dal JFK e sono riuscito ad arrivare al Pennsylvania Hotel in 1 ora e ½. Il tunnel di ingresso alla città costa 4,5 $ (si paga sia in ingresso che in uscita).

Abbiamo così iniziato la seconda parte della nostra peregrinazione sulla costa Est, diretti verso la CONTEA DI LANCASTER, notoriamente abitata dalla popolazioni Amish. La prima località che abbiamo visitato (234 km da NYC) è stato il monastero di EPHRATA (Ephrata Cloister). Fu fondato da un tale Conrad Beissel, di origine tedesca, che aveva creato nella prima metà del ‘700 una comunità religiosa dedicata alla preghiera, al lavoro e alla carità. L’area è ora strutturata come museo all’aperto (ingresso 7/5 $). Si possono visitare le varie casette di legno, in parte restaurate e talora con l’arredamento d’epoca, in un bosco situato nella periferia della cittadina. E’ una visita interessante che richiede un paio d’ore.

Servendoci di una mappa procurata in un visitor center, abbiamo poi gironzolato tra le colline ad est di Lancaster, percorrendo piccole strade asfaltate sulle quali si affacciano le fattorie Amish. E’ facile, in questo modo, incontrare le tipiche carrozze nere, trainate dal cavallo, che trasportano intere famiglie nel tipico abbigliamento, oppure incrociare ragazzi in monopattino o seguire il lavoro nei campi fatto ancora con strumenti manuali.

I villaggi più noti sono Bird-in-Hand, Intercorse, Paradise, New Holland, Strasburg. In queste piccole località il turismo ha però deteriorato l’aspetto autentico di questa popolazione, creando agenzie per tours guidati, negozi di souvenir, ritrovi ecc. Meglio quindi un percorso tra le fattorie e lungo strade suggestive come Scenic Rd o Hollander Rd.

Ormai al tramonto, ci siamo sistemati nell’Econolodge “Lancaster” (80 $ con colazione) e dopo poco siamo andati alla ricerca di un ristorante per la cena. Lancaster si presenta come una bella cittadina con viali larghi e belle casette di legno. Abbiamo cenato al Friendly’s, con filetto e gamberetti (41 $ in tre).

 

Venerdì 27: La piazza centrale di LANCASTER è Penn Square con il monumento al soldato e al marinaio. E’ circondata da begli edifici del 1700 e tra questi di grande interesse è il Central Market che il martedì e il venerdì ospita un mercato molto caratteristico, in parte gestito da famiglie Amish che vendono così i loro prodotti. Mi sono naturalmente perso nel negozio a caccia di foto con appostamenti, perché, si sa, gli Amish non amano essere fotografati mentre a me piace farlo. Molto antica (si fa per dire) anche la Trinità Lutheran Church, poco distante dalla piazza. Uscendo dalla città, in direzione est, si incontra la facciata del carcere di Lancaster il cui ingresso riproduce i bastioni di una fortezza medioevale. Molto chic.

Lasciata Lancaster verso le 11:30, ci siamo diretti verso WASHINGTON, distante 180 km (due ore e 30 per il traffico intenso). E’ una città decisamente scenografica, nata per essere la capitale. Un lungo parco, il National Mall congiunge idealmente il Campidoglio con l’obelisco alto 170 metri che ricorda Giorgio Washington (Washington Monument). Sul Mall si affacciano i musei più importanti della città, tra i più famosi degli Stati Uniti. Sono riuscito a parcheggiare sulla Smithsonian (parcheggio libero), proprio di fronte al Museo dell’Aria e dello Spazio (National Air & Space Museum).

Dopo un pranzo a sacco nel giardinetto, abbiamo iniziato la visita (ingresso libero, alcune attrazioni a pagamento) che richiede almeno 3 ore (chiude alle 17:30). Sono esposti velivoli e navicelle spaziali che hanno segnato la storia della conquista dello spazio. Tra queste anche il modulo dell’Apollo 11 del primo equipaggio che sbarcò sulla Luna.

Abbiamo volutamente evitato altri musei (Arte Africana, Arte Indiana, Storia Americana, sicuramente molto interessanti). Una fine pioggerellina ci ha riportato in auto. La viabilità è molto semplice: viali molto larghi, poco traffico e facili parcheggi anche intorno al Campidoglio. Dopo una perlustrazione automobilistica del centro, Silvia ci ha aiutato a identificare un Motel, il Days Inn-Arlington, 2201 Arlington Blvd, situato sulle colline alle spalle del Cimitero di Arlington (79 $ senza la prima colazione), comodo e dignitoso. Le guide propongono anche una visita della città mediante il Tourmobil Sightseeing che percorre tutti i luoghi, e dal quale si può scendere ad ogni fermata. Costa 25 $ per persona ma se si dispone di un’auto è perfettamente inutile.

Verso sera siamo nuovamente usciti e la prima tappa è stata il Lincoln Memorial, colto alla luce di uno splendido tramonto. Parcheggiare in questa zona richiede un po’ di pazienza. Simile ad un gigantesco tempio greco, è occupato dalla grandiosa statua di Abramo Lincoln. Dalle gradinate una bellissima veduta dell’obelisco che si specchia sulla Reflecting Pool.

Un pedonale conduce al Vietnam Vertans War Memorial, un lungo muro di marmo nero sul quale sono incisi i nomi dei caduti (oltre 58 mila). Poco distante, nel parco, il Memorial della guerra di Corea, una pattuglia di soldati raffigurati in una azione bellica. Quest’area, e il vicino Memorial della 2° Guerra Mondiale, sono i luoghi più visitati della capitale.

A sud del Mall si trova il Tidal Basin, un lago artificiale sulle cui rive si specchia il Jefferson Memorial con colonnato e cupola tonda. Parcheggiare è un po’ complicato (ci siamo alternati in un divieto di sosta). Da lontano l’insieme è molto scenografico mentre l’interno è inferiore alle aspettative.

Lasciata l’auto sulla 15th St NW, a piedi, ho raggiunto i cancelli esterni della Casa Bianca (White House) per qualche foto notturna. Bisogna accontentarsi di riprese da lontano, visto che la visita agli appartamenti è limitata ad un numero molto ristretto di turisti con prenotazioni di molti mesi. Per informazioni ci si può rivolgere al Visitor Center of White House-1450 Pennsylvania Avenue che comunque chiude alle 17.

Ormai tardi (le 23:00) abbiamo cercato un ristorante nei pressi dell’albergo. La scelta è caduta su Vocelli Pizza (enormi pizze da asporto a modico prezzo - 28,85 $) che abbiamo consumato in camera.

 

Sabato 28: Abbiamo trovato un parcheggio libero nei pressi del Mall che abbiamo percorso a piedi raggiungendo così il Campidoglio (Capitol Hill) e la Corte suprema (Supreme Court Building). La visita al Campidoglio è gratuita ma obbligatoriamente guidata. Occorrono comunque lunghe file per ottenere il biglietto d’accesso per cui abbiamo evitato. Alle spalle del Campidoglio si può accedere alla Library of Congress (la biblioteca più grande del mondo. La visita anche in questo caso è gratuita. Le sale sono magnificamente affrescate e tra i testi più prestigiosi è conservata la Bibbia di Guthemberg.

All’estremità occidentale del Mall, sulla 14th St SW, una tappa d’obbligo è rappresentata dal Museo dell’Olocausto (United States Holocaust Memorial Museum). L’ingresso è gratuito. Consiglio di recarsi immediatamente all’ufficio informazioni (information desk) che si trova al centro dell’atrio, per procurarsi un pass di accesso alle mostre permanenti (Permanent Exibition) che accolgono un numero limitato di persone. Sul pass è segnato l’orario di ingresso. Fino a quel momento ci si può dedicare alla visita delle altre mostre, prima fra tutte la Daniel’s Story, la ricostruzione delle sofferenza di un bimbo tedesco dalle prime persecuzioni fino al campo di concentramento. Molto commovente. Altre mostre molto toccanti si trovano nel piano sotterraneo e al secondo piano.

In auto abbiamo raggiunto il Cimitero di Arlington (Arlington National Cemetery) con ingresso gratuito. Vengono proposte visite guidate con trenini elettrici ma, visto il gran caldo, ci siamo limitati a percorrere a piedi i viali che conducono alle tombe di John e di Robert Kennedy. Le croci bianche allineate sulle colline ondulate del cimitero creano un effetto molto suggestivo.

Abbiamo lasciato Washington verso le 16 in direzione Atlantic City, che dista 318 Km, ma ben presto siamo usciti dalla Hwy per l’intenso traffico e le lunghe code. Con l’aiuto di Silvia abbiamo utilizzato strade nazionali (US 40) e, grazie a questa deviazione, ci siamo imbattuti in un rodeo nei pressi di una località denominata Cow Town. Inevitabile il rapido cambiamento di programma. Pagato un ingresso di 12 $, ci siamo persi tra le bancarelle di cappelli texani, stivali e hot dog. Da una parte il recinto con tori, vitelli e cavalli e dall’altra un vasto prato delimitato da una rete e circondato dalle gradinate del pubblico. Trovata una buona posizione per le foto, alle 19:30 il presentatore ha cantato al microfono l’inno nazionale, con il pubblico silenzioso, in piedi, la mano sul cuore.

Dopo la sfilata delle ragazze a cavallo in costume e con una gigantesca bandiera americana, è iniziata la vera e propria competizione tra cow boy provenienti anche da altri stati. Hanno cavalcato tori, cavalli ed è seguita la cattura dei vitelli con il lazo. Ho fatto una marea di scatti. Decisamente molto  divertente. Siamo ripartiti verso le 22:00 per non arrivare alla nostra meta troppo tardi.

ATLANTIC CITY si trova su un isola lunga e stretta, affacciata all’Atlantico. E’ la mecca del gioco d’azzardo, una Las Vegas della costa orientale ma è molto meno appariscente. Sulle due principali vie centrali, Pacific Ave e Atlantic Ave si affacciano i grandi alberghi con i famosi casinò, Ceasars Atlantic City, Trump Plaza, Taj Mahal Casino Resort, giganteschi, ma privi delle connotazioni architettoniche e delle favolose illuminazioni tipiche di Las Vegas. Deludente. Impossibile trovare una stanza a prezzi abbordabili (i prezzi trovati in internet non sono per nulla attendibili) e impossibile parcheggiare. A mezzanotte tutta la città era immersa in una nebbiolina con valori di umidità talmente elevati da far appannare i vetri dell’auto. Siamo letteralmente fuggiti, ritornando nell’entroterra alla ricerca di un motel. Verso l’una siamo incappati nel Budget Inn, in località Absecon. Il gestore indiano ci ha sparato 143,75 $ per una vera topaia, la stanza più brutta di tutto il viaggio ma, per disperazione vista l’ora, abbiamo dovuto accettare.

 

Domenica 29: Volevo esplorare la costa atlantica a nord di Atlantic City per cui ho evitato l’autostrada optando per la US 9, una specie di litoranea. Incuriosito dal nome, mi sono diretto verso SURF CITY, cittadina situata sulla Long Beach Island (90 km da Atlantic City). Niente male come scelta. Il ponte che conduce all’isola è preceduto da una vasta area di canali creati artificialmente sulla Manahawkin Bay e disposti come una fitta ragnatela. Il luogo è denominato Little Egg Harbor. Sui canali si affacciano villette di legno, ciascuna dotata di un porticciolo ove il proprietario ormeggia la sua imbarcazione. Insolito e caratteristico.

Surf City è in pratica una lunga strada parallela al mare con villette e negozi di materiale sportivo o per la pesca. Abbiamo parcheggiato senza difficoltà e, superate alte dune erbose, siamo scesi nell’ampia e lineare spiaggia. Altre belle ville sono costruite in parte sulle dune e si affacciano direttamente sul mare. Siamo ripartiti dopo poco per l’intensa afa e in breve il tempo è cambiato. Un fortissimo temporale ci ha costretto ad una sosta nel Bayville Diner (456, Route 9 – Bayville) per il pranzo. E’ il tipico bar americano, quello dei telefilm per intenderci. All’interno di un vasto container, tavoli in legno, il bancone, i poster alle pareti, il juke box, le facce tipiche americane e le famigliole con i bambini grassi. Con 27,25 $ abbiamo mangiato enormi e succulenti burger.

Abbiamo ripreso l’autostrada, peraltro molto trafficata, diretti verso NYC, oramai a soli 130 km. Ci siamo sistemati nel solito Econo Lodge-Meadowlands (395 Washington Ave Carlstadt) spendendo i soliti 99 $ con prima colazione. Devo ammettere che non è stato facile ritrovarlo, nonostante il navigatore. Causa lavori in corso, siamo stati deviati addirittura all’interno del parcheggio di uno stadio.

Questa zona del New Jersey, così vicina a NYC, è un immenso quartiere di ville, bassi palazzi, supermercati, distributori di benzina. E’ facile perdersi. Sono varie cittadine che crescendo si sono fuse assieme. Siamo riusciti a reclutare dollari mediante un bancomat e abbiamo cenato al Barcellona Restaurant (30 $), altro locale tipico, tappezzato di bandiere americane e di scritte di solidarietà ai militari in Irak.

 

Lunedì 30: Abbiamo lasciato il motel molto presto, verso le 7:00 nel timore del traffico e, attraversato il solito Lincoln Tunnel ho parcheggiato davanti al Pennsylvania Hotel ove ho scaricato le valigie e la famiglia. Sono subito ripartito verso la sede AVIS del Kennedy Airport, raggiunta in effetti senza particolari problemi di traffico. Anche questa volta la restituzione dell’auto è avvenuta senza difficoltà. Mediante l’airtrain (5 $ fino a Howard Beach) e la linea A della Subway (2 $) sono ritornato alla Penn Station. Il percorso richiede oltre 1 ora.

Ho trascorso il resto della mattinata nella hall del Pennsylvania, mentre Mari ed Elena erano in giro a fare shopping. Preso possesso della camera verso le 14:00, dopo un breve riposo, siamo usciti. Il Madison Square Garden è proprio di fronte all’albergo. Nel vasto atrio, foto sui muri e iscrizioni sul pavimento ricordano le figure illustri (atleti, cantanti, ballerini) ospitati nel famoso teatro.

Venti minuti a piedi per arrivare al palazzo delle Nazioni Unite, sulla First Ave, all’altezza della 44th St. Le foto di rito. Lungo la 42th, meritano una sosta il grattacielo Chrysler e il vicino grattacielo Ford che al piano terra accoglie una bellissima serra. A breve distanza si trova il Grand Central Terminal, la vecchia stazione, ora restaurata, con vaste sale in stile liberty, ristoranti e negozi lussuosi.

Abbiamo cenato in un locale tipico l’Ellen’s Stardust Diner (1650, Brodway). La cucina è ottima (48,45 $) e su una pedana si esibiscono i camerieri che sono anche bravissimi cantanti. Una serata molto piacevole tra le luci di Time Square.

 

Martedì 31: Lasciati i bagagli nel deposito dell’hotel, abbiamo dedicato l’intera mattinata alla visita al Metropolitan Museum che ha l’ingresso libero, con offerta facoltativa. Abbiamo contribuito con 5 $ a testa. Abbiamo iniziato dalla sezione egiziana, per passare poi all’ala americana, con ricostruzioni di arredamenti lussuosi. Nelle sale dedicate alla pittura europea abbiamo cominciato a perderci e a spazientirci. Molti quadri sono introvabili e le sale sono prive di chiari riferimenti. L’opuscolo con mappa che viene consegnato all’ingresso è alquanto confuso. Vergogna! Molto interessanti le sale dedicate all’arte islamica e dell’estremo oriente e quelle relativa all’arte africana, dove abbiamo ritrovato, nella zona relativa al popolo Dogon, la maschera e la porta del granaio identiche a quelle che abbiamo portato a casa dal nostro viaggio in Mali.

Recuperate le valige nel deposito (4 $ x 2), abbiamo preso la linea A della subway diretti ad Howard Beach. Attenzione che non tutti i treni fermano lì. Solo grazie al suggerimento di altri viaggiatori, siamo scesi poco prima per cambiare. Mediante l’airtrain siamo finalmente pervenuti al Terminal della compagnia Eurofly, per scoprire che l’aereo era in ritardo di 3 ore.

 

Mercoledì 1 agosto: Atterrati a Bologna alle 13:00, siamo rientrati in treno a Mirandola, dopo 22 giorni, con un totale di 4660 km percorsi in auto (3390 + 1270), molti altri percorsi a piedi e con un cuore grande così.

N.B. quello di Elena è rimasto a Time Square.

 

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