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       ABBIAMO VISTO . . .

Rubrica di recensioni curata da Gianni Rossi

N.B. il commento è strettamente personale e non riflette necessariamente le opinioni emerse durante le serate  


Autori in ordine alfabetico
A B C D E F G H I L M N O P Q R S T U V Z

 

 
 
Anzola Stefano UN SALTO PER FASUM (ETIOPIA)

29 ottobre 2007

 
 
Barbieri Arrigo La VALLE DEI DOSSI E DELLE ACQUE

6 novembre 2006

MAGICI SIBILLINI
 
 
Bartolozzi Giancarlo RIFLEXIA

20 marzo 2006

INSHALLAH
 
 
Bassi Nando INDIA

22 gennaio 2007

INDIA, TSUNAMI E ALTRE STORIE
 
 
Bencivenni, Calzati, Fontana, Roger, Serra FLATUS  VOCIS

20 febbraio 2006

IN ATTESA DI . . .
VENEZIA - BIENNALE 2005
 
 
Bovina Luciano GENTE D'ETHIOPIA

8 maggio 2006

ALL'OMARINO IGNOTO
 
 
Davighi Lorenzo L'UOMO VIVO

26 marzo 2006

LE CAREZZE
 
 
Donnini Enrico MI SONO INNAMORATO DI TE ...

5 marzo 2007

LUCE SMARRITA
 
 
Fontana Loris L'EDEN RITROVATO

9 ottobre 2006

DALL'ALBA AL TRAMONTO
 
 
Forino Guido PERU' ... DOVE LA STORIA VIVE

19 novembre 2007

UNA PROFEZIA SCOLPITA NELLA PIETRA
 
 
Foroni Ermanno BLOCCO 18

12 febbraio 2007

 
 
Foroni Ermanno LE SCARPETTE BIANCHE (SIERRA LEONE)

21 gennaio 2008

 
 
La Lanterna di Mocabalù I PESCATORI NEL GOLFO DEL BENGALA

16 aprile 2007

CALCUTTA, SPECCHIO DELL'INDIA
 
 
Malfetti Stefano BANHOFF

27 novembre 2006

UN GIORNO COME UN ALTRO
 
 
Montali Gigi UN GIORNO, UNA VITA, LA VITA IN UN GIORNO...

28 maggio 2007

UN ANNO DOPO
 

 

Negri Stefano L'EREDITA' SEGRETA

23 gennaio 2006

 
 
Negri Stefano ASPETTANDO IL NIRVANA

3 marzo 2008

 
 
Niglia Davide ...QUESTO DOVREBBE ESSERE UN FUNERALE?

21 aprile 2008

QUANDO FU IL GIORNO DELLA CALABRIA ...
 
 
Pastorino Luca CONTRAPPUNTO (BURKINA FASO)

3 aprile 2006

 
 
Pastorino Luca HAKUNA MATATA (TANZANIA)

18 dicembre 2006

 
 
Pinardi Gabriele GAUDI'

13 maggio 2006

HAOJ SLOVACCHIA
 
 
Pivari Andrea PRECIOUS WATER

11 febbraio 2008

CRITTERS - CREATURE
 
 
Pocetti Gaetano SOLI

11 giugno 2007

IL PARADISO NASCOSTO

 
Rossi Gianni HAPPY DAYS

17 dicembre 2007

IL CIRCO, IMMAGINI DEL PRESENTE, RICORDI DEL PASSATO
 
 
Turcato Walter GOD OF THUNDER (ETNA)

8 ottobre 2007

LE NUVOLE
 
 
Tuti Claudio SPAVENTAPASSERI

31 marzo 2008

  1976
     

     
 

INCONTRI E SERATE - 2006

23 GENNAIO 2006 - STEFANO NEGRI

Abbiamo visto . . .               

L’EREDITA’ SEGRETA

Una serata molto gradevole in compagnia di Stefano Negri ha riaperto le attività del GAD.  L’EREDITA’ SEGRETA è il titolo di un racconto del premio Nobel guatemalteco Rigoberta Menchù e da questo testo Stefano ha scelto numerosi capoversi utilizzandoli come commento vocale alle immagini da lui scattate in Guatemala. Ne risulta una suddivisione in capitoli secondo un percorso che dalla natura giunge all’uomo, colto nel semplice contesto di villaggi e mercati.

L’impostazione del lavoro ha offerto ai presenti l’opportunità di dibattere il tema del commento parlato. La scelta dello speaker è importante: fortunato chi si può permettere un professionista, ma anche un lettore “domestico” deve rispettare certe regole. Frasi brevi, scandite, interrotte da frequenti pause vengono recepite meglio dal pubblico.

I brani scelti devono essere in tono con le immagini, ma fotografie che riproducono banalmente i contenuti del parlato creano un sensazione di ovvio che può risultare sgradevole. Bravo Stefano che non è caduto in questo tranello.

Testi particolarmente profondi, come quelli della Menchù, richiedono immagini altrettanto profonde ma non sempre la nostra breve vacanza ci consente di raccogliere il materiale adeguato. E’ stata molto apprezzata la qualità fotografica, con tagli personali e originali, sottolineata da una buona colonna sonora. 

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20 FEBBRAIO 2006 - Bencivenni, Calzati, Fontana, Roger, Serra

Abbiamo visto . . . 

FLATUS VOCIS; IN ATTESA DI ...; VENEZIA-BIENNALE 2005  

Gli amici del C. F. “Il Palazzaccio” di S. Giovanni in Persiceto (BO) hanno proposto alcuni lavori realizzati in “collettiva”, sia in fase di ripresa fotografica che nell’allestimento. Lavori non didascalici ma concettuali, in grado di suscitare emozione e di invitare alla riflessione.

“FLATUS VOCIS”, un itinerario simbolico di liberazione della donna (o dell’Uomo) da gioghi ancestrali, imprigionata da improbabili vincoli ma capace di ritrovare l’armonia grazie alla forza interiore. Un sapiente gioco di luci accompagna e sottolinea il percorso.

“IN ATTESA DI . . .” Gli sguardi annoiati dei compagni di traghetto nascondono storie, ricordi, fantasie, ansie che gli autori hanno evocato mediante flash dinamici in rapida successione. L’originale idea propone una visione globale dell’Uomo, non mero involucro, ma portatore di ricchezze e di complessità. Realizzato in analogico negli anni ‘70, è stato trasformato in digitale mediante un impegnativo, e non sempre riuscito, lavoro di recupero delle DIA, deteriorate dal tempo.

“VENEZIA – BIENNALE 2005” Sotto lo sguardo ironico della Gioconda, gli autori si sono “immersi” tra le originali opere artistiche creando nuove fantasie di luci e colore. Il pubblico è diventato parte del collage.

I tre lavori sono accomunati da un “ermetismo” di fondo, che prevale nel primo. I diaporama a tematica non descrittiva, spesso per la rapida successione di immagini, di concetti, di simbologie, si espongono a difficoltà di comprensione e interpretazione. I commenti introduttivi talvolta risultano fuorvianti, condizionando il pubblico a confrontare la descrizione verbale con le immagini. Non sempre la fotografia è specchio della realtà: più spesso riflette le idee, le tensioni, i sentimenti dell’autore ed è difficile penetrare attraverso l’obiettivo, il mirino, la cornea, la retina fino alla corteccia di chi ha elaborato e voluto quella immagine. Non è sempre possibile e tanto meno necessario decodificare l’ermetismo. Meglio allentare le redini della fantasia. Sarà più facile cogliere le armonie, i linguaggi di colore, le assonanze musicali e trasformarle nelle proprie emozioni. “Non ho capito ma mi piace”.

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20 MARZO 2006 - Gian Carlo Bartolozzi

Abbiamo visto . . .            

RIFLEXIA e  INSHALLAH

Ben diversi nella collocazione geografica e nei contenuti, i due lavori hanno un punto di convergenza squisitamente fotografico, rappresentato dalla interpretazione delle luci, nella quale Giancarlo dimostra di essere maestro.

RIFLEXIA è una ricerca puramente estetica su Venezia, giocata con immagini suggestive, di taglio pittorico, che si susseguono mediante una dissolvenza incalzante. Il punto di ripresa originale, utilizzando riflessi apparentemente casuali di palazzi, ponti, calli, crea una atmosfera onirica e irreale che sottolinea il fascino di questa città. La colonna sonora monotematica, un brano di Vangelis troppo noto e altrimenti sfruttato, forse eccessivamente drammatico, è abilmente utilizzata nei cambi istantanei, che introducono immagini del reale, non tutte purtroppo di buon livello fotografico.

INSHALLAH, se Dio lo vuole. Dal frastuono dei villaggi e dei mercati il sentiero passa attraverso gli archi e i portici della moschea, per raggiungere gli spazi dilatati del deserto. Qui finisce la strada, la nostra strada. Il nostro posto, nell’inferno o nel paradiso è già segnato, dice il profeta. La sequenza di immagini descrittive, di contenuto geografico, impeccabili nel taglio ma discutibili nella resa cromatica, lascia spazio alle splendide geometrie di luci e ombre della moschea. I tiranti della tenda beduina sono un indispensabile raccordo con il deserto, anche se il loro significato sfugge per la banalità della ripresa fotografica. Gli spazi si dilatano sempre più tra le dune di sabbia, nelle ombre della sera, nelle ombre del nostro tramonto, dove ci attendono gli occhi inquietanti del destino mortale.

Grazie a Gian Carlo che ha lasciato al GAD una copia dei due lavori, in formato .exe e in DVD. Purtroppo l’utilizzo di M-Object costituisce un limite alla diffusione dei diaporami in quanto il file .exe che produce richiede un PC dotato di una scheda video molto sofisticata che non tutti (io compreso) possiedono.  

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3 APRILE 2006 - LUCA PASTORINO 

Abbiamo visto . . .       

CONTRAPPUNTO (BURKINA FASO)

Immagini di una popolazione estremamente povera del Sahel, nel Burkina Faso. L’idea di Luca è semplice: da una parte il duro lavoro, dall’altra danze, suoni e rituali e così la gioia fa da contrappunto alla fatica, la festa fa da contrappunto al sudore del quotidiano.

Nulla di nuovo pertanto, se non fosse per l’abilità con cui ha saputo dosare gli ingredienti che compongono l’opera. Le mani fanno da cornice ai volti, gli sguardi si perdono nello sfocato, il sudore e la sporcizia della pelle invadono l’inquadratura. Entra rispettoso nelle fatiscenti case e ci propone i dettagli di una vita grama, con tagli sapienti. Le espressioni spontanee e gli sguardi intensi di chi lo accoglie fanno intuire la sintonia che è riuscito a creare con questa gente. Negli interni ha sfruttato il mezzo digitale che consente di variare la sensibilità ISO in automatico, anche se l’operazione penalizza la resa cromatica.

Il ritmo è lento e misurato nella descrizione dell’ambiente e del lavoro ma diventa incalzante, addirittura frenetico nelle danze, con una successione talmente rapide da creare una sequenza quasi cinematografica, traghettando immagini singole talvolta di qualità discutibile. La colonna sonora scandisce perfettamente le variazioni di ritmo.

E stata sottolineata una certa debolezza della fotografia per quanto concerne la “profondità” e il colore, attribuita, un po’ troppo genericamente, alla tecnica digitale. Il discorso è in realtà molto più vasto e meriterebbe un incontro “dedicato” che permetterebbe di mettere in comune le reciproche esperienze. A chi è interessato consiglio la lettura dell’articolo “Ritorniamo in camera oscura”, reperibile nella sezione DIAPORAMA di questo sito.

Era con noi un illustre ospite, il prof. Marco Zarattini, reggiano, critico d’arte, diviso tra l’Italia e la sua seconda patria, gli Stati Uniti. Si è unito ai nostri commenti esprimendo il suo apprezzamento per il lavoro di Luca

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8 MAGGIO 2006 - LUCIANO BOVINA 

Abbiamo visto . . .           

          GENTE D'ETHIOPIA e ALL'OMARINO IGNOTO

Una serata molto ricca per il GAD grazie ai due lavori che Luciano Bovina ha proposto, uno descrittivo e di documentazione, l'altro profondo e concettuale, entrambi uniti dalla sue doti fotografiche. E' risultata evidente la sua capacità di elaborare e di proporre lavori di concezione diversa, sempre con analogo successo. Di entrambi ho apprezzato il commento, sempre in prima persona, con un sapore autobiografico molto coinvolgente. 

Al GAD è imperativa la discussione e sono inevitabilmente emersi pareri contrapposti.  Credo che una dote inalienabile del GAD sia parlare "fuori dai denti", senza peli sulla lingua, lasciando da parte le ipocrisie che spesso troviamo in altre serate. 

"Fuori dai denti" penso che in GENTE D’ETHIOPIA splendidi momenti di fotografia ricercata e suggestiva si siano alternati a brevi racconti caratterizzati da una eccessiva meticolosità descrittiva, certamente motivata dal desiderio di documentare in modo completo. Questo ha portato a cadute di pathos con conseguente perdita di attenzione e ha allungato inutilmente la durata del diaporama. 

All’OMARINO IGNOTO mi ha toccato dentro. Mi sono rivisto nelle mie passate peregrinazioni per il mondo, sempre incapace di capire i ritmi, i meccanismi di vita. Una metafora del desiderio di ogni viaggiatore di conoscere, di vedere il volto di questa gente ai margini della sopravvivenza.

Scrive Moravia: "Gli africani camminano. Ho viaggiato in Africa nera per migliaia di chilometri e dappertutto ho veduto singoli individui o coppie di un uomo e di una donna oppure piccole famiglie, oppure ancora gruppi di dieci, venti persone di ambo i sessi e di tutte le età che camminavano in solitudini spaventose, per le sterminate lande pullulanti di alberi tutti eguali della savana oppure per i sentieri che, simili a gallerie, sforacchiano la compatta massa tenebrosa della foresta pluviale. Dove vanno questi africani migranti?"  (da "A quale tribù appartieni" pag. 43 - Bompiani Ed.). 

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31 MAGGIO 2006 - GABRIELE PINARDI 

Abbiamo visto . . .  

          GAUDI' e AHOJ SLOVACCHIA

Gabriele si propone con temi per lui insoliti. Eravamo abituati ad atmosfere surreali, a contenuti onirici talvolta angoscianti ed ora presenta inaspettatamente due viaggi. Barcellona e la Slovacchia non vengono certo descritte ma interpretate con stile inconfondibile.

Gioioso e solare il lavoro su Gaudì: un mosaico di immagini che si “fondono” l’una nell’altra parafrasando i mosaici del Parc Guel e le sculture della Sagrada Famiglia. Perchè di “fusione” si tratta, non di dissolvenza. Con tecnica raffinata Gabriele fa apparire sul fotogramma una parte del successivo, creando una diversa scena che a sua volta in un attimo si scompone per fondersi con un nuovo frammento e condurre ad una nuova immagine. Difficile da descrivere. Penso anche da realizzare. Ne risulta uno scorrimento velocissimo, gradevole in certi momenti, frastornante in altri. La musica asseconda queste sequenze. Gaudì scompare, è un pretesto. Pure la fotografia scompare, piegata alle esigenze di questo gioco di ritmi e immagini che si rincorrono.

“Paesi e pensieri”, la frase di chiusura, sintetizza il lavoro sulla Slovacchia. Brevi racconti di una vacanza si succedono sullo schermo. Ogni racconto, ogni luogo evoca sensazioni personali. Squallidi condomini di periferia si alternano a boschi di conifere, giocatori di hockey, la miniera, il treno, il cimitero. La tecnica è sempre la stessa: immagini in “fusione” in successione filmica. E da films è ricavato il parlato (perchè no?). Opportunamente rielaborato e mixato, a volte netto, a volte volutamente incomprensibile, vuole trasmettere sensazioni personali: “Sono la morte, “Nel mezzo del cammin di nostra vita”, “Uno scopo c’è per tutti”. Non sempre ci riesce: talvolta emerge uno scollamento e una scarsa omogeneità tra le immagini e il testo. Poca fotografia, molta creatività. Sicuramente una nuova proposta di regia da valutare con attenzione.

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9 OTTOBRE 2006 - LORIS FONTANA

Abbiamo visto . . . 

L'EDEN RITROVATO e DALL'ALBA AL TRAMONTO

Il messaggio di “EDEN RITROVATO” è scontato: la città è un miraggio, che stai a fare in campagna? e, come nella canzone di Giorgio Gaber, ecco, incalzanti, le immagini dei palazzi, delle strade, del traffico, che seguono le battute musicali con ritmo sempre più frenetico ed esasperante. Ritroverai il tuo eden nei vasti paesaggi collinari, tra i giochi cromatici dei campi fioriti che sfumano l’uno nell’altro come in un sogno. Elemento originale di riflessione è la nota autobiografica, espressa, purtroppo in modo breve e quasi accidentale, con immagini della scuola elementare e poche altre, in un discutibile (ma migliorabile) bianco e nero. La vera idea del lavoro. Buona la fotografia e il supporto musicale.

“DALL’ALBA AL TRAMONTO” non contiene messaggi: una “serie sonorizzata” sul Festival degli aquiloni, con tagli originali, geometrie insolite, accostamenti cromatici. Qualche immagine eccessivamente descrittiva ci riporta al banale ma il finale, fantasioso e creativo, rende merito alle capacità fotografiche di Loris.

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6 NOVEMBRE 2006 - ARRIGO BARBIERI

Abbiamo visto . . . 

     LE VALLI DEI DOSSI E DELLE ACQUE e MAGICI SIBILLINI

Cammina Arrigo all’alba, con la sua borsa fotografica, per “caradoni” di campagna o sentieri collinari e noi con lui, al suo fianco, curiosi delle sue curiosità, delle sue scoperte semplici e stupende. Una libellula, una ragnatela in controluce, la neve e la nebbia di mezza costa, lo stupore dell’incontro con la volpe.

Le immagini scivolano su un tappeto musicale. Non esiste logica nella sequenza, se non quella delle ore trascorse nei silenzi della natura e della successione delle stagioni. La città di notte non c’entra, spezza il ritmo, che poi riparte nelle vaste distese. Entrambi i lavori riflettono l’animo semplice e la personalità di Arrigo e vivono di un’ottima fotografia. Grandi pregi, anche se l’audiovisivo oggi ha maggiori pretese di montaggio, di drammaturgia, di regia. Attendiamo Arrigo con il suo orso marsicano.

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27 NOVEMBRE 2006 - STEFANO MALFETTI

Abbiamo visto . . .

     BANHOFF

Stefano Malfetti, autorevole amico di Firenze, propone il suo ambiente di lavoro: “BANHOFF”, la stazione. La musica, ritmata come il rumore del treno, scandisce le immagini di un mondo frettoloso, sfuggente e impersonale. I sapienti mossi (ottima qualità) fanno intravedere e intuire messaggi umani (il barbone, l’attesa, i fidanzati, le mani) ma l’orologio a muro, chiave di lettura del lavoro, si impone inesorabile. Emerge una folla in costante ritardo, angosciata, che ha esaurito lo spazio per il sentimento. Nulla a che vedere con il testo finale (e con la presentazione verbale) che risultano non in sintonia con i contenuti. La scelta del mosso, il ritmo non devono essere relegati ad una mera ricerca estetica: possiedono in realtà una intrinseca drammaturgia, evocativa, in questo caso, di frustrazione e alienazione. E ancora più frustranti le immagini fisse: il tabellone degli orari, i cartelli pubblicitari, la biglietteria, spettatori impersonali della quotidiana corsa di una umanità in movimento. Un messaggio profondo e inquietante, quello di Stefano.

UN GIORNO COME UN ALTRO

Nel secondo lavoro “UN GIORNO COME UN ALTRO”, trascrizione fotografica dell’omonimo film, Stefano ha espresso un’ottima fotografia, ovviamente facilitata dalle scene predisposte dal regista e realizzate da uno staff di professionisti. Poco di suo, se si escludono alcune originali inquadrature e l’impiego di una interessante tecnica di dissolvenza, con immagini che emergono dallo sfocato, ben intonata all’ambientazione ottocentesca del film.  

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18 DICEMBRE 2006 - LUCA PASTORINO

Abbiamo visto . . .

     HAKUNA MATATA

Arriva il Natale e il GAD diventa buono, deludendo forse i numerosi e graditi ospiti che si aspettavano un po’ di guerriglia. Il preludio del lavoro di Luca è una rapida carrellata sull’Africa del nostro immaginario, fatta di grandi spazi, di animali, di tramonti sulla savana, che l’estrema rapidità delle sequenze (forse eccessiva), lascia solo intuire. Si percepiscono inquadrature splendide che fuggono via veloci, lasciandoci inappagati, ma l’improvviso cambio del ritmo e della sonorità ci accompagnano al cuore del lavoro: l’uomo africano “ hakuna matata ” senza problemi. L’obiettivo di Luca esplora villaggi e poveri mercati, si avvicina a gruppi etnici insoliti, legati a rituali rudimentali, riuscendo a cogliere nei volti e nelle espressioni lo spirito di un popolo che accetta con serenità e dignità la propria miseria. Inquadrature ben composte, ricerca dei particolari, tagli decisi e un preciso uso delle ottiche e della profondità di campo valorizzano l’opera, anche se il tentativo di descrivere “cinematograficamente” specifiche attività (accensione del fuoco, danza masai) appare una leziosità inutile e otticamente fastidiosa. Ben indovinati gli accostamenti musicali, meno convincente la cromaticità delle immagini, con prevalenza di toni freddi.

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INCONTRI E SERATE - 2007

 

22 GENNAIO 2007 - NANDO BASSI

Abbiamo visto . . .

INDIA

Ogni viaggiatore riporta dall’India un minuscolo frammento che racchiude dentro di sé come un tesoro e che diventa la “sua” India. Pur in luoghi diversi, nei bei controluce sul Gange, tra la gente al lavoro, sulle vaste spiagge dell’oceano, il frammento di Nando è fatto di sguardi. Occhi curiosi, stupiti, ingenui, complici, in primo, in primissimo piano, sottolineati da una dissolvenza ben ritmata e da una suggestiva colonna sonora. L’ambiente semplice e operoso del povero villaggio è espresso da mossi ben costruiti che avrebbero meritato un sonoro dedicato. Buona la fotografia, originale nei primi piani e nelle riprese ravvicinate. La sequenza della abluzione nel Gange è inutilmente ripetitiva. Ottima la resa cromatica delle immagini proposte in digitale. Il titolo del lavoro è un riferimento geografico generico rispetto ai contenuti espressi.
 

INDIA, TSUNAMI E ALTRE STORIE

Una tragedia che si è esaurita in pochi, catastrofici attimi e che ha strappato migliaia di vite umane, sconvolgendo vasti territori. Nando, giunto nell’area colpita dodici giorni dopo, ha realizzato un reportage rispettoso e discreto, in sintonia con il suo carattere e il suo stile fotografico. Ha visitato e ci ha proposto, in sequenza cronologica, due regioni che hanno subito danni di entità ben diversa. Le immagini della prima area, scarsamente coinvolta, contengono pochissimi riferimenti al disastro e risultano pertanto fuorvianti nei confronti dell’argomento. Il rigore narrativo talvolta può essere piegato alle esigenze emozionali.
 

Il secondo territorio, colpito più pesantemente, ha permesso di realizzare un reportage “evocativo” sottolineato da un ottimo sonoro. Imbarcazioni sfasciate, ammassate sui tetti, nelle strade, tra le macerie delle case. File di donne in attesa di cibo, sguardi persi, mani tese verso il camion degli aiuti. Non vi è descrizione cruenta e, per fortuna, siamo ben lontani dalla aggressività fotografica a cui ci hanno abituato i media. Talvolta è sufficiente una barca sfasciata e un volantino che riporta il volto di un bimbo con la scritta missing, per emozionare.

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12 FEBBRAIO 2007 - ERMANNO FORONI

Abbiamo visto . . .

BLOCCO 18

Eravamo abituati a reportage coraggiosi, in paesi lontani, con situazioni improponibili ma ora Ermanno rientra tra i “comuni mortali”, con immagini realizzate in luoghi finalmente accessibile a tutti. Un lavoro commissionato dall’Istituto ISCOS-CISL gli ha consentito di fotografare Sighet, un piccolo paese della ROMANIA, nella regione del Maramures. Ed ecco la curiosità di vedere “come se la cava” quando la fotografia non è supportata da avvenimenti di portata internazionale o da condizioni ambientali estreme. E ancora una volta non ci ha deluso.

Il suo obiettivo ricostruisce i frammenti di una situazione sociale disgregata. Sale le scale pericolanti di palazzi scrostati, percorrendo tetri corridoi su cui si aprono miseri locali disadorni e malsani. Fondamentale, come al solito, è l’incontro con la gente, i cui sguardi via via rassegnati, delusi, ostili, sprezzanti si incrociano con le espressioni di tenerezza per la propria famiglia o di orgoglio per i propri muscoli, vuota illusione di emancipazione sociale.

Gli strumenti sono caratteristici di Ermanno. Potente la fotografia: un bianco e nero incisivo e molto contrastato, tagli decisi ed essenziali, sfocature su piani sovrapposti. Più debole la colonna sonora: fortemente emozionale il brano cantato, meno in sintonia il pezzo di chitarra. Discutibile il ritmo che mantiene tempi e dissolvenze pressoché costanti.

La sua fotocamera coglie semplici oggetti del quotidiano, il pane, la macchina da cucire, i panni stesi in cucina e, in un’abile composizione ambientale, li trasforma in simboli evocativi. Gli scatti proposti descrivono, emozionano, ma non interpretano. Ermanno, come abitudine, non espone il suo punto di vista e apparentemente il suo lavoro sembra non contenere messaggi. Ma il messaggio c’è, e traspare dalla forza delle sue immagini che sottendono la condanna di un regime di sfruttamento e di repressione. E così la processione che conclude il lavoro: una risposta della comunità di Sighet che si raccoglie attorno ad una fede religiosa per anni soffocata e ritrova così il coraggio di sperare.

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5 MARZO 2007 - ENRICO DONNINI

Abbiamo visto . . .

MI SONO INNAMORATO DI TE ...

La tentazione di rendere omaggio alla propria città è inevitabile per ogni fotografo e gli ingredienti a Firenze non mancano. La cupola del Brunelleschi e il Palazzo della Signoria fanno da sfondo alle forme opulenti delle sculture di Botero e alle sfere di bronzo di Arnaldo Pomodoro, esposte in una splendida composizione al Forte di Belvedere. L’arte nell’arte.

Ma l’arte non è solo contemplazione: per Enrico è motivo di riflessione. E così, tra le fotografie delicatamente descrittive, scorrono sogni e sentimenti espressi da un testo personale, profondo ed emozionale. Dal terrazzo, dagli angoli dove Enrico ritrova i silenzi che tutti noi cerchiamo, lontano dalle contraddizioni di città sempre più difficili da vivere e da capire, le sculture di Botero diventano magiche mongolfiere che portano i sogni verso il grande protagonista, il cielo di Firenze.

 

LUCE SMARRITA

Occhi, macchie di colore, scoppi, rumori angoscianti. Ed ecco emergere i tetri figuranti del Carnevale di S. Felice che diventano, per Enrico, i reduci di un remoto dramma. Pallide figure con divise sgualcite sfilano come zombi per ricordarci i fantasmi della guerra.

Le immagini, usuali per chi conosce questa manifestazione, sono un pretesto per sviluppare un’idea personale. Voci infantili invocano la madre, voci rabbiose chiedono a Dio giustizia. Forse inconsciamente emergono gli spettri di un lontano bombardamento in cui Enrico fu imprigionato tra le macerie. Rimane però una speranza: “Muore la gente e rimanda la vita al domani”.

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26 MARZO 2007 - LORENZO DAVIGHI

Abbiamo visto . . .

L'UOMO VIVO

Ironia e sarcasmo sembrano l’interpretazione di Lorenzo di ANGELI E DEMONI del Carnevale di S. Felice s. P., edizione 2006. “..torna questa mia vita disadorna...” “... trovo molto interessante la mia parte rivoltante...”. Frasi rubate da testi musicali incalzanti. Molte parole sfuggono, complice l’acustica discutibile della sala, ma si coglie un ritmo dissacrante, tra suono di tromba e risate. Ottima fotografia, con tagli originali e incroci cromatici accattivanti, specie nel finale.
 

LE CAREZZE

Immagini di un amore tutto al femminile si accostano alla canzone di Gianna Nannini. Le fotografie sono composte con grande rigore estetico ma, proprio per questo, risultano talvolta “recitate” e poco emozionali, complice una scarsa morbidezza delle luci. Un tema attuale e impegnativo, trattato con eleganza.
 
Affidare il nostro lavoro a testi musicali poco noti è un procedimento “a rischio”. Oltre alla acustica della sala, non sempre favorevole, richiede una forte attenzione dello spettatore alle frasi della canzone che, qualora siano ermetiche o allusive, spesso non sono comprese ad un primo ascolto. Ne deriva uno sforzo nel cercare la corrispondenza tra immagini e testo che distrae, a scapito della fotografia e del messaggio.

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16 APRILE 2007 - LA LANTERNA DI MOCABALU'

CARLO MOSCARDI - MAURO CARLI - CRISTINA BARTOLOZZI- SANDRA LUMINI

 
Abbiamo visto . . .

I PESCATORI DEL GOLFO DEL BENGALA

CALCUTTA, SPECCHIO DELL'INDIA

Se perisce il villaggio, perisce anche l’India” scriveva Gandhi, ma forse sbagliava. Da una parte un villaggio di poveri pescatori, ove i momenti della giornata sembrano ritmati da gesti secolari, dall’altra una metropoli indistinta e caotica, ove la strada si confonde con la fogna, il lavoratore con il diseredato, la fanciulla con la prostituta.

Le immagini degli amici di Firenze sottolineano il punto di raccordo tra luoghi così diversi: dignità e serenità traspaiono dagli sguardi, emergono dai gesti, rappresentando la forza e la vitalità di questo grande Paese.

Una fotografia descrittiva, indenne da elementi di disturbo ma con scarse concessioni alla originalità compositiva (belle geometrie nel villaggio) e all’approfondimento dei dettagli. Prevale l’intento di documentare e il coinvolgimento emotivo viene solo accennato dal breve riferimento alle Sorelle di Madre Teresa, in preghiera per questa umanità di diseredati.

Un vivace dibattito ha acceso la serata e, nonostante qualche intemperanza, sono emerse idee e suggerimenti, utili per gli autori ma soprattutto per il pubblico. Indubbiamente il GAD è difficile da digerire, ma l’analisi approfondita e sincera che è in grado di realizzare può essere elemento di crescita e di maturazione.

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28 MAGGIO 2007 - GIGI MONTALI

Abbiamo visto . . .

LA VITA IN UN GIORNO, UN GIORNO, UNA VITA...

Un’idea originale e un amaro messaggio costituiscono le chiavi di volta attorno alle quali ruotano le immagini, scattate alla Festa dei Madonnari a Le Grazie (MN). Gigi propone, attraverso una buona fotografia, una sua personale riflessione sulla vita.

Dai gessetti colorati, dalle mani sporche che si muovono abilmente, nascono uomini, donne, fanciulli che sembrano animarsi di vita propria. Appaiono sul selciato volti, sguardi di gioia, di sofferenza. Ma anche su di loro, come è sorte per l’Uomo, giunge inesorabile lo spettro della morte: il temporale spazza via le creature, sbiadisce forme e colori, riportandole alla Terra e ricordandoci il nostro destino di cenere.

Già si è detto del brano di Grieg. Una migliore sfocatura nelle riprese a medio campo avrebbe eliminato qualche elemento di disturbo. Anche il titolo merita una riflessione: “La vita in un giorno”, sintetizzando compiutamente il senso del lavoro, avrebbe evitato ridondanze inutili. Dettagli marginali, abbondantemente compensati dal significato profondo dell’opera.

 

UN ANNO DOPO

Fortemente drammatica la ricostruzione della strage nel metrò di Londra con immagini shock, articoli e testi, assemblati con abile regia. Un anno dopo, la vita sembra aver recuperato i suoi ritmi. Nei grandi parchi londinesi, nella metropolitana, negli uffici, nelle pause di lavoro, nelle strade affollate, un’ideale giornata londinese sembra scorrere nella generale indifferenza. In questa descrizione, peraltro indispensabile, il diaporama tende ad appiattirsi, forse per l’inserimento di qualche inquadratura di vago sapore turistico.

Alcune sottolineature invitano alla riflessione. L’uso del bianco e nero nella metropolitana (purtroppo incostante) attribuisce toni inquietanti al luogo dell’attentato (splendidi tagli all’interno dei vagoni). Nel finale, i volti colorati che emergono dalla grigia folla che popola i marciapiedi e la scritta “liberi di decidere” contengono il messaggio: una proposta di integrazione nella città cosmopolita per eccellenza e, più in generale, il superamento delle barriere etniche e culturali.

Qualche incoerenza stilistica in questa sequenza e un parlato acusticamente poco comprensibile rischiano di vanificare la forza del messaggio rendendolo non chiaro al primo impatto. Un lavoro originale, supportato da buon ritmo e ottima fotografia.   

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11 GIUGNO 2007 - GAETANO POCETTI

Abbiamo visto . . .

SOLI

Una tranquilla coppia di anziani vive serenamente la terza età. Una coppia unita. Gesti di affetto, la mano sulla spalla. Poi il precario equilibrio della mente si spezza. Una siringa, uno sguardo. Pochi e inequivocabili simboli fanno presagire l’inevitabile declino cognitivo che porta alla struttura protetta.

Con discrezione ed eleganti tagli, la macchina fotografica esplora le sale attrezzate di una struttura di assistenza, moderna e ben organizzata, cogliendo espressioni, smorfie, sorrisi e gesti semplici di solidarietà.

Il testo musicale di Renato Zero sottolinea le immagini, anche se talvolta il tentativo di comprensione dei significati o la ricerca degli accostamenti disturbano la percezione della fotografia. Le forti inquadrature scavano nel nostro intimo, evocando sentimenti, riflessioni e, per qualcuno, amari ricordi personali.

 

IL PARADISO NASCOSTO

La profonda spiritualità del popolo birmano è l’elemento conduttore del lavoro di Gaetano. Suggestivi controluce dei templi di Pagan sottolineano le antiche radici religiose di questo popolo. Ritroviamo poi scene del quotidiano, nei campi, nei villaggi e tra le palafitte del lago Inle, con inquadrature descrittive e talvolta scontate. I brevi testi, non in sintonia con le immagini, vanno accettati come personali riflessioni dell’autore.

Il commento sonoro, adeguato e perfettamente ritmato con le immagini, ed una dissolvenza creativa rendono gradevole questo passaggio che riporta al vero contenuto del lavoro.

Un canto lento, solenne, di grande contenuto evocativo, ci accompagna al cuore del paradiso, nascosto negli angoli delle case, nella penombra dei templi, tra i consunti libri di meditazione. Le fioche luci delle candele illuminano scarni profili di vecchi bonzi. Tra le volute di incenso appaiono gli sguardi intensi dei fanciulli, le mani congiunte nella preghiera, gli occhi ieratici delle statue dorate. Le sequenze, giocate prevalentemente in interni, fanno cogliere e ci trasmettono un forte messaggio di spiritualità.

Una splendida lezione di fotografia e di regia in un momento in cui, nell’audiovisivo, grazie (sic!) al digitale, sembrano prendere il sopravvento lavori privi di contenuto, realizzati con immagini di discutibile qualità, traghettati da montaggi adatti solo a stupire.

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8 OTTOBRE 2007 - WALTER TURCATO

Abbiamo visto . . .

GOD OF THUNDER

Spinto dalla curiosità e dal desiderio di provare, salii anch’io sulle stesse pendici calde e aride, verso le bocche coniche, avvicinando paesaggi sempre più lunari. L’emozione è rimasta ancora viva in me: un’angoscia che proviene dalla terra, dal vento, dal sordo rumore della montagna che dorme ma che potrebbe improvvisamente risvegliarsi e mostrare tutta la sua forza vitale.

Walter ha voluto trasmettere queste sensazioni congiungendo sonoro, fotografia ed effetti grafici. Il ritmo martellante di Kitaro domina il lavoro e, nella parte centrale, scandisce splendide immagini capaci di indurre forte emozione. Un abile fotoritocco crea improvvisi bagliori, flash ritmati perfettamente sulle note, che rafforzano la fotografia, sottolineando la tensione creata col sonoro. Il preludio, al contrario, non asseconda questo ritmo, dilungandosi in aspetti descrittivi ovvi e di qualità inferiore. Come pure un eccessivo impiego della tecnica digitale appesantisce il finale rendendolo scontato e artificioso.

LE NUVOLE

Temi dolci e poetici: i papaveri, le nuvole. Temi ben lontani dalla frenesia e dalla aggressività del nostro quotidiano. La colonna sonora, ben dosata, introduce con delicatezza macrofotografie di notevole qualità, giocate sulle tonalità cromatiche e sul controluce.

Utilizzando abilmente effetti grafici e sonori ricostruisce una atmosfera agreste dal sapore di fiaba. Una fiaba raccontata dalla voce roca della nonna a fanciulli che compaiono in tenue sovrimpressione. E’ la favola delle nuvole, ombre cupe che sorvolano e che si distendono sui campi di papaveri assumendo la forma dell’airone o della pecora o minacciose e scure come il corvo. E, come nelle favole, non le vediamo, le possiamo solo immaginare.

Walter, in punta di piedi, con eleganza e grande sensibilità, è riuscito a condurre ai ricordi dell’infanzia coloro che riescono ancora ad intenerirsi.

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29 OTTOBRE 2007 - STEFANO ANZOLA

Abbiamo visto . . .

UN SALTO PER FASUM (ETIOPIA)

Ai confini del mondo esistono popolazioni primitive, isolate dalla miseria, dall’ignoranza e dalla guerriglia. Stefano ha raggiunto questi confini e ci propone rituali e tradizioni tribali. Dai mercati alle danze, dall’autofustigazione al “salto del toro”. La sequenze scorrono impeccabili e l’obiettivo si sofferma sui volti, cogliendo intense espressioni. Corre ai dettagli dell’abbigliamento, ai tatuaggi, alle acconciature. Una inevitabile ripetitività appesantisce il fluire delle pur belle fotografie.

La colonna sonora diviene via via più intensa, unendo alla musica e ai cori anche i rumori, i suoni e le voci dell’ambiente, conferendo così una intensa emozionalità alle immagini. Il lavoro suscita una forte curiosità etnologica ma la dinamica delle complesse cerimonie risulta poco comprensibile e le aspettative di reportage, definite dal titolo, vengono in parte deluse. Un commento colto e discreto avrebbe sicuramente valorizzato l’audiovisivo.

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19 NOVEMBRE 2007 - GUIDO FORINO

Abbiamo visto . . .

PERU' ... DOVE LA STORIA VIVE

Camminando sui sentieri e tra le pietre di una antica civiltà, inevitabilmente il pensiero corre al passato. Le prime sequenze di immagini, accompagnate da un commento parlato, propongono, in una sintesi ben costruita e suggestiva, il genocidio del popolo Inca ad opera del conquistatore Francisco Pizarro.

La musica andina accompagna lo spettatore nelle le valli sorvolate dal condor, tra le canne delle isole galleggianti, fino agli alti dirupi di Machu Picchu, tra peones, anziani e donne al lavoro. La fotografia è descrittiva e tradizionale, più creativa in alcune sequenze, con composizioni geometriche sulle saline. La colonna sonora, talora scontata, crea una atmosfera suggestiva tra i sassi della “città perduta”. Si incastra bene con il commento parlato, essenziale e ben comprensibile, ma talvolta di tono un po’ impersonale.

 

UNA PROFEZIA SCOLPITA NELLA PIETRA

Anche questo lavoro prende spunto da un inquadramento storico, gli eccidi perpetrati in Cambogia dal regime di Pol Pot alla fine degli anni settanta. Forse per la crudezza del testo o perchè i tragici avvenimenti appartengono alla nostra storia recente, il coinvolgimento emotivo risulta forte. La regia è coerente con lo stile dell’autore: una fotografia semplice, ben ritmata su una colonna sonora centrata.

L’originalità dell’opera scaturisce dalle immagini dei bassorilievi scolpiti nei frontoni dei templi Khmer: le fanciulle danzanti richiamano lo spettacolo di balli nei costumi tradizionali (peccato l’impiego del flash), ma ancora di più le battaglie e i massacri, raffigurati mille anni fa, sembrano costituire una profezia. Una metafora che ci impone una riflessione sull’Uomo, sempre uguale a se stesso, pur nel cambiamento delle situazioni e dei comportamenti storici. La “Historia se repetit” di Gianbattista Vico. 

In entrambi i lavori emerge la capacità di Guido di creare una valida documentazione fotografica sulla base di una ricerca storica e attraverso una personale interpretazione degli avvenimenti del passato.

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17 DICEMBRE 2007 - GIANNI ROSSI

a cura di Ivan Fini e Arnaldo Davì

Abbiamo visto . . .

IL CIRCO, IMMAGINI DEL PRESENTE, RICORDI DEL PASSATO

Come si evince dal titolo l’audiovisivo era diviso in due parti ben distinte. La prima viveva sulla rievocazione rappresentata a San Felice al magico carnevale, che nel 2007 aveva per tema appunto il circo, l’altra sulla reale vita in un piccolo circo di paese. Il piccolo circo di paese è reale è qualcosa che induce al ricordo, alla curiosità del bambino, insomma ti riporta ad avere qui ricordi che possono essere indistinti ma anche chiari, reali e quasi presenti. La prima parte è basata su primi piani di personaggi magistralmente truccati e guidati da una regia di valore tanto che forse non riescono a dare giustizia al titolo perché (forse anche a causa della artificiosa sfocatura) inducono anche loro una certa nostalgia del passato più che una percezione del presente.

Tecnicamente che dire. La sfocatura poteva essere tridimensionale rendendo la foto più realistica. Questo sarebbe stato un lavoraccio con un impegno di risorse inumano, inoltre una manipolazione così palese ha rafforzato l’importanza del ritratto. Le musiche le ritengo appropriate alle immagini con un appunto sul ritmo nel secondo brano del “circo vero” dove a mio avviso la musica è troppo lenta rispetto la dinamicità delle immagini.

HAPPY DAYS

La felicità non è opulenza e questo viene messo in evidenza dal raffronto fra il “mondo occidentale” che spesso legge le festività come momento per mostrare la sua grandezza attraverso luci e acquisti e il “ ….  Mondo” costretto a combattere contro le difficoltà della vita anche nei giorni di festa e malgrado ciò riesce spesso a donarci un sorriso vero.

Il messaggio vero di questo lavoro è la sequenza finale di immagini che è forte e piena di significato perché vediamo la foto di una famiglia con al centro una culla povera costruita con quattro legni incrociati poi subito dopo c’è un bimbo che dorme nella culla e con una zoomata finale il bimbo diventa Gesù Bambino e non è sicuramente un caso che quella sia la culla che ha scelto per nascere. Crediamo che Gianni Rossi ci abbia voluto dire che, comunque sia, il vero simbolo del Natale è Gesù Bambino.

Questo il filo percepito dall’audiovisivo e propinatoci attraverso il paragone di immagini differenti, esasperato dal contrasto colore/bianco e nero. A tal proposito vedo alcune immagini delle vetrine con poco cromatismo, non proprio azzeccate in quanto affievoliscono leggermente il contrasto. La musica è rappresentata dal brano che ne evoca il titolo. Anche in questo lavoro si potrebbe ricercare un maggior dinamismo nelle immagini cambiandone il ritmo in alcuni frangenti.

I paragoni sono spesso diffi