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ARTICOLI SULL'AUDIOVISIVO FOTOGRAFICO

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PIXILATION, E PERCHE' NO?

 

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La PIXILATION è un tecnica d’animazione cinematografica nella quale i personaggi (o le scene) vengono proposti fotogramma per fotogramma (frame-by-frame). Il termine non deve essere confuso con “Pixellation” che è un effetto grafico di ingrandimento dei pixel, una specie di mosaico che maschera parte di una immagine, come talvolta propongono i nostri telegiornali per evitare che un volto venga riconosciuto. 

La pixilation fa parte di un gruppo di tecniche definite STOP-MOTION, nelle quali viene sfruttata una particolare cinepresa che impressiona un fotogramma alla volta. La velocità “soglia” al di sotto della quale la sequenza non è più fluida ma i fotogrammi vengono percepiti singolarmente è di 24 frames/secondo. L’immagine cinematografica infatti utilizza questa velocità. L'immagine televisiva europea usa 25 fotogrammi al secondo, l'immagine televisiva americana ne impiega 29,97 al secondo. 

Il termine pixilation è da attribuire al regista Norman McLaren, autore di “Neighbours”, cortometraggio in pixilation che vinse un Oscar nel 1952. Tecniche di stop-motion sono state utilizzate per brevi sequenze in film come King Kong (del 1933) o nella corsa in miniera di Indiana Jones o in cortometraggi e film meno conosciuti. 

Un collegamento internet con i seguenti links permette di visualizzare brevissimi spot in pixilation. Il primo è decisamente esilarante ma anche gli altri non sono da meno. Suggerisco di visionarli per una migliore comprensione dell’articolo. 

http://www.artsblog.it/tag/pixilation
http://giuliblog.wordpress.com/2008/01/13/boucherie/
http://disegno-digitale.blogspot.com/2008/02/pixilation.html

E’ ovvio che l’elemento divertente è il contenuto degli spot. Aver scelto come metodica di proiezione la pixilation dà un apporto marginale a tale contenuto. E’ possibile che lo rafforzi, ma su questo ho qualche dubbio. Sicuramente attrae l’attenzione dell’osservatore più di quanto farebbe la stessa sequenza con la normale fluidità. Quindi la pixilation per richiamare l’attenzione?  

Il cinema si serve della pixilation. Se ne serve in effetti abbastanza raramente e per sequenze sostanzialmente brevi. Il regista la sa dosare quando è utile (es. King Kong) e non la usa quando è inutile. Simpatici registi “in erba” la utilizzano per attrarre l’attenzione dell’osservatore, come negli spot di cui sopra.  

La pixilation cinematografica, utilizzando fotogrammi separati, presenta una evidente affinità con il mondo della fotografia ma attualmente, grazie alla disponibilità di schede grafiche sofisticate e di programmi di montaggio estremamente maneggevoli, vale pure il contrario: scatti fotografici presentati in sequenza rapida mettono in scena, anche nell’ambiente degli audiovisivi, la “pixilation fotografica”, che diventa il tormentone dei circuiti e dei concorsi per diaporama. 

Mi chiedo: se il cinema utilizza questa metodica senza che si pensi che “non è più cinema”, perché, se viene utilizzata nel nostro ambiente, necessariamente si pensa che le foto in sequenza veloce e scattosa non sono più fotografia? 

A dire il vero di sequenze “veloci e scattose” ne abbiamo viste un bel po’ da quando il digitale imperversa. Ho calcolato la velocità di alcune recenti proiezioni incriminate: un lavoro di circa 100 secondi con 600 immagini. Si tratta in fondo solo di 6 fotogrammi al secondo. Come vedete siamo ben lontani dalla soglia cinematografica. Ho paragonato questi audiovisivi con altri al di sopra di ogni sospetto, ad esempio un recente lavoro pubblicitario su New York, presentato a Garda, o lavori di un noto autore di Mede o audiovisivi monocromatici di colore rosso. Hanno una analoga velocità di scorrimento, hanno gli scatti ma senza sollevare tanto polverone. 

Ahimé! Mi tocca di pensare che in qualche caso è possibile creare un lavoro ad alta velocità e in qualche altro caso no. 

Per riordinare le idee ho riguardato con occhio attento questi audiovisivi e anche gli spot cinematografici trovati in internet. Mi sono accorto che in taluni casi la pixilation arriva ad infastidirmi e mi sono chiesto il perchè. La mia risposta ovviamente è molto personale, come soggettiva è la sensazione sgradevole che ho provato.  

Mi è apparso evidente che gli spot sono formati da diverse “sequenze” e che ogni sequenza è formata da una serie di fotogrammi, ognuno dei quali ha un soggetto che varia di qualche frazione di secondo rispetto al fotogramma precedente e naturalmente anche rispetto a quello successivo. Ogni fotogramma pertanto risulta scontato, prevedibile. E’ questo l’aspetto chi mi ha dato il “sapore” cinematografico e che mi ha particolarmente infastidito. 

Poi, nello stesso spot, arriva un’altra sequenza di fotogrammi, la scena cambia e l’attenzione si ravviva. Ne ho dedotto che è la ripetitività delle immagini ad appesantire il tutto. Al contrario la variabilità e l’imprevedibilità mantengono viva l’attenzione. E, se ci pensiamo, la diversità e la variabilità dei contenuti è una delle caratteristiche fondamentali della fotografia. 

 “Le immagini possono essere statiche (fotografie) o dinamiche (cinema o video) ma non è la stessa cosa. La fotografia congela l’istante senza mostrare ciò che c’era subito prima o che ci sarà subito dopo”, scriveva Francesco Nacci nell’ottobre 1998 (Notiziario DiAF, n° 4, pag. 24-25). 

Ho sempre una grande simpatia per chi, esplorando nuovi percorsi, rompe gli schemi rigidi della tradizione e dimostra contemporaneamente fantasia e creatività. Studiare e proporre una nuova metodica costituisce un arricchimento per chi è attento alle novità e per chi sa cogliere i cambiamenti che l’evoluzione tecnologica porta inevitabilmente con sé. 

Mi  permetto di porre un unico limite, beninteso, personale: il buon gusto. Da una parte c’è una pixilation intelligente, funzionale, evocativa e dall’altra una pixilation prevedibile, scontata, dominata dalla ripetitività.  

Ed ecco una proposta operativa. Nel valutare questi audiovisivi potremmo chiederci: se lo scorrimento delle foto fosse omogeneo il lavoro perderebbe di qualità, perderebbe di significato? Se la risposta è affermativa si potrà concludere che la metodica è indispensabile, è “drammaturgica” nei confronti dell’argomento trattato. Se la risposta è negativa evidentemente si tratta di una metodica fine a se stessa, utilizzata per attrarre l’attenzione, pertanto poco utile e talvolta fastidiosa. 

Il profano che vede per la prima volta un audiovisivo in dissolvenza incrociata rimane stupito. Se dovesse vedere un audiovisivo supportato dalla pixilation rimarrebbe sbalordito. Ma noi non siamo profani e non ci lasciamo “incantare”. Al momento opportuno dobbiamo saper estrarre dal taschino la nostra capacità di giudizio che ci permette di valutare in modo critico e costruttivo anche le novità.

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